Daily Archives: novembre 2, 2010

Tè rosso antiossidante

Testata per la prima volta sugli uomini l’efficacia antiossidante del tè Rooibos, comunemente conosciuto come tè rosso: la bevanda, già conosciuta per le sue proprietà, era finora infatti stata testata solamente tramite esperimenti in vitro. Lo studio è stato realizzato dai ricercatori dell’Inran – l’Ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione – guidati da Mauro Serafini, e pubblicato sulla rivista Food Chemistry.

La bevanda, di origine africana, è ancora non molto conosciuta in Italia e viene impropriamente chiamata tè rosso: ottenuta dall’arbusto indigeno Aspalathus linearis  o Rooibos e pur avendo un gusto molto simile al tè, non contiene caffeina ed è ricca di antiossidanti, spiegano dall’Inran.

Alla ricerca hanno partecipato 15 volontari sani, normopeso e non fumatori divisi in 3 gruppi, a cui sono stati somministrati 500 ml di acqua, 500 ml di tè rooibos fermentato e 500 ml di tè rooibos non fermentato. L’esperimento è stato ripetuto per due settimane facendo ruotare le bevande per permettere a tutti i volontari di bere le tre tipologie di liquidi. Prelievi di sangue sono stati effettuati al momento dell’ingestione e poi dopo mezz’ora, un’ora, due e 5 ore: “A un’ora dall’ingestione di tè Rooibos i risultati hanno evidenziato – spiega Serafini – un significativo aumento delle difese antiossidanti plasmatiche. Berne ogni giorno può quindi contribuire ad aumentare le difese antiossidanti, rafforzando la protezione dai radicali liberi in eccesso”.

Vaccino per l’influenza per chi?

Con una circolare, il ministro della Salute Ferruccio Fazio, ha stabilito per il 1° ottobre l’avvio della campagna di vaccinazione contro l’influenza stagionale. Le Regioni renderanno disponibili i vaccini presso le farmacie e i medici di famiglia a cominciare da questa data e con propri calendari. Ma chi dovrebbe vaccinarsi da subito? Come ogni anno, la circolare ministeriale indica le categorie a rischio per le quali il vaccino anti-influenzale è raccomandato. Le categorie sono:
-Soggetti di età pari o superiore a 65 anni;
-Bambini di età superiore ai 6 mesi, ragazzi e adulti fino a 65 anni affetti da: malattie croniche a carico dell`apparato respiratorio; malattie dell’apparato cardio-circolatorio, comprese le cardiopatie congenite e acquisite; diabete mellito e altre malattie metaboliche; malattie renali con insufficienza renale; malattie degli organi emopoietici ed emoglobinopatie; tumori; malattie congenite o acquisite che comportino carente produzione di anticorpi, immunosoppressione indotta da farmaci o da HIV; malattie infiammatorie croniche e sindromi da malassorbimento intestinali; patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici; patologie associate ad un aumentato rischio di aspirazione delle secrezioni respiratorie (ad es. malattie neuromuscolari);
.Bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale;
-Donne che all’inizio della stagione epidemica si trovino nel secondo e terzo trimestre di gravidanza;
-Individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti;
-Medici e personale sanitario di assistenza;
-Familiari e contatti di soggetti ad alto rischio;
-Soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo e categorie di lavoratori: forze di polizia; vigili del fuoco; altre categorie socialmente utili potrebbero avvantaggiarsi della vaccinazione per specifici motivi o, comunque, per motivi vincolati allo svolgimento della loro attività lavorativa: è facoltà delle Regioni/PP.AA. definire i principi e le modalità dell’offerta a tali categorie. (La circolare fa notare che “è pratica internazionalmente diffusa l’offerta attiva e gratuita della vaccinazione antinfluenzale da parte dei datori di lavoro ai lavoratori particolarmente esposti per attività svolta e al fine di contenere ricadute negative sulla produttività”.)
-Personale che, per motivi di lavoro, è a contatto con animali che potrebbero costituire fonte di infezione da virus influenzali non umani: allevatori; addetti all’attività di allevamento; addetti al trasporto di animali vivi; macellatori e vaccinatori; veterinari pubblici e libero-professionisti.

Contro l’Emicrania Acido Folico e Vitamina B

Distorsioni nella vista, senso di nausea e dolore in un solo lato della testa. Sono solo alcuni dei sintomi dell`emicrania, la più comune forma di cefalea primaria che colpisce il 10-15% della popolazione, con la massima incidenza nella fascia tra i 35 e i 45 anni di età. Accanto ad antinfiammatori e analgesici, che costituiscono oggi i rimedi più comunemente utilizzati contro il “cerchio alla testa”, arriva ora dalla Griffith University di Queensland (Australia) una nuova terapia a base di acido folico e vitamina B
Lo studio. Il 19% di coloro che soffrono di emicrania, spiegano gli scienziati australiani, presentano mutazioni del gene MTHFR (metilentetraidrofolatoreduttasi), che generalmente causano un incremento dei livelli di omocisteina, amminoacido considerato tra i più importanti fattori di rischio cardiovascolare. Somministrando regolarmente a un campione di 52 pazienti affetti da emicrania dosi di vitamina B e acido folico, i ricercatori di Queensland hanno registrato la diminuzione dei livelli di omocisteina e la conseguente riduzione della gravità e della frequenza dei sintomi legati all`emicrania. 
L`acido folico. Anche detto folato o vitamina B9, non viene prodotto dall`organismo ma deve essere assunto con il cibo. Riconosciuto negli ultimi decenni quale fattore essenziale nella prevenzione delle malformazioni neonatali, particolarmente per quelle a carico del sistema nervoso, rappresenta anche una sostanza essenziale nella formazione dei globuli rossi del sangue. Tra gli alimenti ad alto contenuto di folato vanno ricordate le verdure a foglia verde come lattuga, spinaci, rape verdi, prezzemolo, broccoli e cavolfiori, ma anche il fegato e i legumi. La dose giornaliera consigliata per gli uomini e le donne di età superiore ai 14 anni è di 400 microgrammi al giorno.
Vitamine del gruppo B. Intervenendo nel metabolismo cellulare, questo gruppo di vitamine presenta proprietà utili per il funzionamento del sistema nervoso e del sistema immunitario, per la salute di occhi, pelle e capelli e soprattutto per la corretta conversione dei carboidrati in glucosio, utilizzato dall`organismo per produrre energia. Gli alimenti ad alto contenuto di vitamine B sono, tra gli altri, lievito di birra, tacchino, fegato, tonno, peperoncino, lenticchie, banane, patate, latte, uova, ma anche cereali come avena e orzo e i frutti con guscio come noci, nocciole e mandorle.(fonte salute24)

Qualche appunto sulla sindrome premestruale

Le battute su quei fatidici giorni che ne precedono altri, altrettanto fatidici, si sprecano. Soprattutto tra gli uomini. In America è stato addirittura creato un sito (PMSbuddy) dove mariti e fidanzati, vessati da compagne periodicamente sull’orlo di una crisi di nervi, possono confidare le loro storie e chiedere o dare consigli (uno fra tutti: mai, mai chiedere a una donna se è vicina a quel periodo del mese). Che cosa sia la sindrome premestruale, e quali fastidi possa comportare, lo sanno tutte le donne senza bisogno di sentirselo spiegare; si va dalla cefalea al gonfiore, passando per depressione e ansia. Senza dimenticare l’aumento dell’aggressività, spesso tanto rilevante da aver spinto alcuni ricercatori a ipotizzare una corrispondenza tra giorni premestruali e maggior predisposizione alla violenza e al furto. DISTURBO MENTALE – Ma mentre c’è chi, soprattutto negli Usa, ritiene che tutto questo si traduca in una vera e propria malattia, c’è chi continua ritenere la fase premestruale una normalissima condizione fisiologica. E la questione è stata rilanciata da una dichiarazione di senatori del Pdl intenzionati a chiedere al ministro Fazio, che l’Italia si adoperi, fin da ora, perché la sindrome non venga inclusa nella “bibbia” degli psichiatri, il futuro “DSM V”, quinta edizione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali, attesa per il 2013. Il sospetto è che, dietro questa richiesta di inclusione, ci siano gli interessi di case farmaceutiche già pronte a mettere in vendita la pillola “giusta”. Per chiarirci, in quei giorni, possono presentarsi gradi diversi di disturbi: si va dal disturbo disforico premestruale (PMDD), variazione dell’umore in senso fortemente depressivo, che colpisce dal 3 all’8% delle donne, alla sindrome premestruale grave (PMS) che riguarda circa il 20%, alla sindrome premestruale moderata e lieve (50%), fino alla totale assenza di sintomi che riguarda un fortunato 25% di donne. Chiarisce Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano: «Il disturbo disforico premestruale, PMDD, in quanto in grado di interferire gravemente con la vita quotidiana, è già nell’attuale DSM IV. Ed è distinto dalla sindrome premestruale grave, che non compare. Per chi soffre di PMDD le cure sono necessarie. Anni fa si pensò di utilizzare una versione soft di un noto antidepressivo, ma non funzionò come si sperava. Questo non vuole però dire che la disforia premestruale – e talvolta anche la sindrome premestruale grave – non possa richiedere farmaci psicoattivi e non sia una patologia dell’umore di interesse psichiatrico». RISPOSTA ALLO STRESS – A quale meccanismo sono dovuti i mutamenti d’umore e la loro diversa gravità? A una differente produzione di ormoni? «Assolutamente no – risponde Mencacci -, chi sta peggio produce ormoni esattamente come gli altri, anzi le altre; quello che cambia è la risposta a questi mutamenti. Il brusco calo del progesterone, nella seconda fase del ciclo, uguale in tutte le donne, modifica in peggio la risposta allo stress; in persone con disturbo disforico premestruale, e anche con sindrome premestruale grave, si è però notata anche un alterazione del metabolismo del progesterone, che fa produrre meno allopregnanolone, un potente neuro steroide-neurotrasmettitore, di cui viene così a mancare l’effetto antiansia. Questi soggetti sembrano inoltre avere una minore sensibilità del sistema GABAergico, (il sistema più coinvolto, nel cervello, nella regolazione dell’ansia e del tono dell’umore) all’azione dell’allopregnanolone». Ma è vero che chi ha più problemi in fase premestruale può avere un maggior rischio di depressione post-partum e una menopausa più complicata? «Sì, la vulnerabilità premestruale – chiarisce Mencacci – è uno specifico indicatore di problemi in questi altri periodi della vita». Un quadro preoccupante? «Sapere che si va incontro a dei rischi è il miglior modo per affrontarli» replica Mencacci. FARMACI ANTIDEPRESSIVI – «Quando si parla di terapia farmacologica antidepressiva – aggiunge Rossella Nappi, docente di ostetricia e ginecologia all’Università di Pavia – bisogna ribadire che può essere utile solo ad alcune donne e solo in periodi particolari della vita». Quali? «Magari quando si è sottoposte a maggiori stress, o quando non si è più tanto giovani e, mentre il carico degli impegni familiari e lavorativi è maggiore, la capacità d’adattarsi ai cambiamenti ormonali si è usurata. Per altro, si è visto che, contrariamente a quanto si pensava, alcuni farmaci antidepressivi sono di una certa utilità anche se utilizzati solo per pochi, “critici”, giorni al mese. E non sono certo l’unica arma a disposizione. Come alternativa, si possono usare i contraccettivi orali, o ricorrere alle medicine complementari o a una terapia cognitivo-comportamentale. Senza dimenticare l’importanza di una dieta corretta e di un po’ di sport mette in circolo più endorfine, gli ormoni del buon umore». MEDICALIZZAZIONE – «A parte il fatto che anche la più grave sindrome disforica premestruale per ora è nel DSM IV solo in un’appendice, la B, dal titolo: “Criteri utilizzabili per ulteriori studi”, se ci accontentassimo di non essere sempre al top della forma, quasi tutti i problemi sarebbero risolti – controbatte Luana de Vita, psicoterapeuta, fino allo scorso anno docente a contratto di psicologia alla Sapienza di Roma -. Anche nei confronti della sindrome premestruale, vedo in atto un tentativo di medicalizzazione della nostra vita, accompagnato dallo sforzo di ridurre al puro dato biologico ogni comportamento, prescindendo dal contesto. È l’ennesima delega del corpo delle donne ad altri, fossero pure delle “altre”. Io consiglio di guardare di più noi stesse». In che senso? «Teniamo un diario per imparare a conoscerci meglio: una volta preso atto di quello che ci accade in “quei” giorni, delle sensazioni e degli sbalzi di umore che proviamo, continueremo a provarli, ma li relativizzeremo. E che sarà mai essere un po’ meno pimpanti e più nervose per quattro, cinque giorni al mese?» dice de Vita. E chi sta male, malissimo? «Potrebbe trattarsi di donne che già soffrono di disturbi di interesse psichiatrico, depressione, distimia, disturbo bipolare, per esempio, ma allora bisogna curare quelli e non farci confondere dai sintomi di “quei” giorni». (fonte corriere)

Esercizi per l’artrosi

Per celebrare il “Mese dell’invecchiamento salutare” (settembre) gli esperti dell’American College of Rheumatology hanno voluto sottolineare gli effetti benefici dell’esercizio per chi soffre di artrosi. Meno dolore, più energia, miglior sonno e più funzionalità sarebbero i principali benefici. BENEFICI DEL MOVIMENTO – È ormai risaputo che le persone fisicamente attive sono più in salute, più felici e vivono più a lungo rispetto a chi conduce una vita sedentaria e questo sarebbe particolarmente vero per chi soffre di artrosi. D’altro canto questa malattia reumatica è la causa più comune per cui molte persone limitano l’esercizio e più in generale le attività ricreative. «Chi soffre di artrosi evita la ginnastica per diversi motivi – spiega Donna Everix, fisiatra dell’Association of Rheumatology Health Professionals -. Alcuni lo fanno perché temono dolore o incidenti, altri perché, come tante persone sane, non vogliono cambiare il proprio stile di vita». L’inattività, però, può avere diverse ricadute negative, non solo sulla stessa artrosi, ma anche aumentare il rischio di sviluppare altre patologie a partire dal diabete di tipo II e dalle malattie cardiovascolari. In particolare, in chi soffre di artrosi l’inattività può peggiorare una serie di parametri, per esempio, ridurre la tolleranza al dolore, indebolire i muscoli, rendere le articolazioni più rigide e danneggiare l’equilibrio. ESERCIZI PER L’ARTROSI – Proprio per evitare questi inconvenienti gli esperti dell’American College of Rheumathology indicano quattro categorie di esercizi particolarmente utili in caso di artrosi che agiscono su fronti diversi, ovvero flessibilità, potenziamento muscolare, capacità aerobica e consapevolezza corporea. Gli esercizi di flessibilità aiutano a mantenere o migliorare la flessibilità a livello delle varie articolazioni e dei muscoli che le circondano. Tra i benefici rientrano miglioramenti della postura, ridotto rischio di incidenti e migliore funzionalità. Gli esercizi per la flessibilità andrebbero eseguiti da cinque a dieci volte al giorno mentre quelli di stretching andrebbero fatti almeno tre volte la settimana, mantenendo ogni singola posizione per circa 30 secondi. Gli esercizi di potenziamento muscolare sono pensati per far lavorare i muscoli. E muscoli più forti migliorano la funzionalità e aiutano a ridurre la perdita di massa ossea legata all’inattività. In caso di artrosi, gli esperti americani consigliano sessioni da 8-10 esercizi sui principali gruppi muscolari, da due a tre volte a settimana. L’intensità degli esercizi o i pesi utilizzati dovrebbero essere tali da sollecitare i muscoli senza causare dolore. Per questo motivo vanno calibrati sul singolo individuo. Gli esercizi aerobici comprendono una serie di attività che fanno lavorare i muscoli maggiori in modo ripetitivo e ritmico. Queste attività migliorano la funzionalità cardiaca, polmonare e muscolare. Negli individui con artrosi questi esercizi possono avere ricadute positive sul fronte del controllo del peso corporeo, del sonno e della salute generale. Attività aerobiche sicure comprendono camminate, danza aerobica, acquagym, bicicletta, cyclette e tapis roulant. Secondo le attuali raccomandazioni queste attività andrebbero praticate per circa mezz’ora tre volte a settimana. Infine gli esercizi di consapevolezza corporea includono tutte quelle attività mirate a migliorare la postura, l’equilibrio, la coordinazione e il rilasciamento muscolare. Comprendo attività come il Tai Chi e lo yoga, per le quali numerosi studi hanno evidenziato effetti positivi in caso di artrosi. Il panorama di attività tra cui scegliere è quindi decisamente ampio, non resta che darsi una mossa, ovviamente tenendo presente da dove si parte e dove si vuole arrivare: strafare non è mai d’aiuto, meglio fare un passo alla volta. (fonte corriere)