Monthly Archives: gennaio 2011

La vitamina C o acido ascorbico

A Febbraio il nostro corpo è indebolito per via del lungo inverno e del fatto che ha piano piano consumato tutte le riserve energetiche, chimiche e fisiche accumulate nell’estate. Ecco che ammalarsi o semplicemente indebolirsi sarà più facile, e difatti non è un caso che le persone tendano ad ammalarsi maggiormente nei primi mesi dell’anno; febbri, raffreddori, muco, tosse e problemi intestinali permangono e si intensificano proprio in questo tratto finale dell’inverno, prima dell’arrivo delle forze primaverili.

Come proteggersi quindi? Ancora una volta ci rivolgiamo alla natura che da sempre si prende cura delle proprie creature. Esiste infatti una sostanza dai poteri quasi miracolosi, che gli scienziati stanno studiano da ormai decenni continuando a scoprire virtù straordinarie. Stiamo parlando della vitamina C, o acido ascorbico. La scoperta della vitamina C risale al 1937, anno in cui Szent-Gyorgyi, la scopri e la isolò per primo, scoperta che gli valse il Premio Nobel. Si dovettero pero aspettare più di trent’anni prima che il ruolo che questa molecola gioca nel funzionamento del nostro corpo fosse compreso appieno. Negli anni 60 e 70 diversi scienziati negli USA e in Canada portarono a termine importanti ricerche cliniche e di laboratorio su questa e altre vitamine: Carl Pfeiffer, Roger William, Hans Selye, Irwine Stone, Abram Hoffer, Humphrey Osmond, Robert Cathcart, Ewan Cameron, Mathias Rath, Linus Pauling, ecc… Quest’ultimo e stato incluso dalla rispettata rivista inglese New Scientist nella sua lista dei venti più importanti scienziati di tutti i tempi; ha ricevuto due premi Nobel (per la chimica e per la pace) non condivisi con altri; ha al suo attivo alcuni importanti ed originali contributi alla biologia, chimica e fisica, un’alta militanza nelle controversie politiche durante gli anni 50 e 60, inclusa l’organizzazione di una vittoriosa campagna internazionale per bandire i test delle armi nucleari. Può essere considerato il più importante esponente di quella corrente medico-scientifica che si e sviluppata negli USA negli ultimi 40 anni, che lui stesso definì Medicina Ortomolecolare. Egli scoprì che la vitamina C era coinvolta in un gran numero di reazioni biochimiche nel corpo umano. Due delle sue maggiori interazioni sono il potenziamento del sistema immunitario e la sintesi del collagene, una sostanza molto importante che tiene unito il corpo umano. Il collagene rinforza i vasi sanguigni, la pelle, i muscoli e le ossa. L’uomo non può creare collagene senza la vitamina C. Se questa sostanza scarseggia, le ossa diventano fragili (osteoporosi), le articolazioni si indeboliscono (artrosi) i vasi sanguigni perdono elasticità (=ipertensione sanguigna) e subiscono lesioni di vario tipo (arteriosclerosi, infarto, ictus), la pelle diventa vecchia e rugosa, ecc… Si dice che siano i cosiddetti “segni dell’età”; ma veramente l’età non c’entra molto. Sono i segni di cronica carenza di vitamina C. Nel corso degli anni numerosi ricercatori hanno sperimentato con successo la vitamina C nei confronti delle seguenti malattie: raffreddore, influenza, attacchi virali, mononucleosi , polmonite virale, febbre da fieno, asma, allergie ambientali e alimentari, ustioni, ferite, interventi chirurgici, ansia, prestazioni sportive e altri stress leggeri, cancro, spondilite anchilosante, sindrome di Reiter, uveite anteriore acuta, artrite reumatoide, infezioni batteriche, epatite infettiva, infezioni da Candida. Come diceva lo stesso Linus Pauling: “Sarebbe opportuno assumere quotidianamente la Vitamina C, soprattutto ai primi sintomi di raffreddore o di mal di gola o di presenza di muco nel naso,nonché di dolori muscolari o di malavoglia in generale; iniziate subito ad assumerla e continuate fino alla scomparsa di questi sintomi”. Dove si trova questa portentosa sostanza? ovviamente nei cibi che la natura prepara d’inverno. Eccoli (le quantità sono espresse in mg per 100g di prodotto): rosa Canina 1250, rughetta o rucola 110, broccoli 110, kiwi 85, cavoletti di Bruxelles 8,1 lattuga 59, clementine 54, limoni/arance 50, succo di arance 44, succo di limoni 43, mandarini 42, pompelmo 40, cavolo verde 30, mango 28, kaki 23, Ananas 17, finocchi 12, carote 9, banana 9. Un’avvertenza importantissima: la vitamina C non tollera il calore, per cui gli alimenti vanno consumati crudi. Inoltre, viene ossidata dall’ossigeno, per cui una volta preparato il cibo va consumato immediatamente. Assumere quotidianamente la vitamina C attraverso i cibi (e con integratori in caso di necessità di alti dosaggi) significa difendere il nostro organismo dagli agenti patogeni presenti nell’ambiente, rinforzare il sistema immunitario e irrobustire i tessuti, ma soprattutto passare incolumi attraverso le tipiche malattie di fine inverno

Grano e microtossine

Tratto da www.scienziatodelcibo.it

Qualche giorno fa abbiamo citato un’indagine de “Il Salvagente” in merito alla presenza di micotossine nelle paste alimentari dei principali marchi italiani, comprese la pastine per l’infanzia. All’articolo è seguito un intervento a difesa dei grandi marchi italiani di pasta il Dott. Cosimo Rummo, presidente dell’omonimo pastificio di Benevento, secondo il quale i valori riscontrati nell’indagine sono comunque all’interno dei limiti massimi ammissibili dal REG CE 1881/2006 per le micotossine DON e OTA. Non è dello stesso parere invece Andrea Di Benedetto, presidente del Consorzio agricoltori mugnai pastai-panificatori organizzati (Campo scarl), che coltiva e trasforma in pane e pasta il grano duro prodotto esclusivamente in Puglia e Lucania, puntualizzando, rispetto alle tesi della Rummo Spa, che nessuno vuole discutere del rispetto dei valori massimi ammissibili di DON e OTA nelle paste secche prodotte e commercializzate dai marchi del calibro di Gs, Rummo, Barilla, Carrefour, Coop, Divella ecc., se tali prodotti fossero a uso e consumo esclusivo degli adulti. È vero invece che quando si cucina un pacco di pasta in casa mangiano tutti: adulti e bambini!

Ma pochi sanno dell’esistenza del doppio limite (200 e 750 ppb), che secondo Di Benedetto dovrebbe essere riferito in etichetta. Sembrano inammissibili le proteste e le velate minacce che i pastai, e spesso anche semolieri nazionali, fanno rispetto a una doverosa opera di informazione dei consumatori. Piuttosto, urge da parte dell’industria pastaia e molitoria la decisione di rifornirsi con semole prodotte da grano duro sano e leale, non solo macinando grani importati, a volte di quarta categoria commerciale, spesso afflitti da valori di Don, Ocratossina A e metalli pesanti che solo grazie ai tagli coi grani del Sud Italia approdano ai valori considerati “normali”. Si dovrebbero usare i grani del Sud per produrre una pasta “made in Italy” di eccellenza: non solo per il colore e per la tenuta alla cottura, ma anche per la sicurezza alimentare.

La coltivazione del frumento duro, in Italia riveste un ruolo di primario interesse in quanto fornisce la materia prima all’industria di trasformazione per la produzione della pasta. L’area di coltivazione di questo tipo di cereale, tradizionalmente diffusa in particolare nel Meridione si è estesa negli ultimi anni anche in alcune zone del Centro-Nord dove le condizioni agro-climatiche consentono il raggiungimento di elevati livelli produttivi. Fra gli aspetti qualitativi del frumento duro assumono una particolare importanza le caratteristiche igienico-sanitarie del prodotto in merito alla presenza ed alla diffusione di metaboliti tossici come, ad esempio, le micotossine di origine fungina. Fra queste ultime il Deossinivalenolo (DON), prodotto da alcune specie di funghi del genere Fusarium, è la micotossina di più frequente riscontro nel frumento. Nell’ambito del Progetto MICOCER (“MONITORAGGIO DEI LIVELLI DI DEOSSINIVALENOLO NELLA GRANELLA DI FRUMENTO DURO”) realizzato dal Centro Sperimentale per la Cerealicoltura, è stata svolta un’attività di monitoraggio nazionale sui livelli di contaminazione da DON nel triennio 2006-2008. Tale azione ha riguardato sia aziende agricole e centri di stoccaggio (1.087 campioni) sia campi sperimentali (1.643 campioni). In particolare, il monitoraggio presso le aziende agricole ha fornito un quadro aderente alla realtà agricola nazionale, mentre quello relativo ai campi sperimentali appartenenti alla Rete di confronto varietale frumento duro ha permesso di effettuare un confronto dei dati, a parità di condizioni agronomiche applicate, sulla base delle tre principali variabili: anno di coltivazione, località e varietà. I livelli di DON determinati con metodo ELISA sono stati verificati anche per HPLC. Sulla base dei risultati ottenuti è possibile evidenziare la forte influenza soprattutto dell’ambiente di coltivazione e dell’andamento climatico. Si è riscontrato un diverso andamento nel grado di incidenza nell’accumulo di DON procedendo dalle zone del Nord verso quelle del Sud; negli areali meridionali in effetti, i valori di DON sono pressoché trascurabili. La valutazione del rischio di contaminazione deve tener infatti conto soprattutto dell’ambiente inteso come microareale e cioè delle caratteristiche pedo-climatiche proprie delle singole zone di coltivazione. La scelta varietale, in funzione non solo delle caratteristiche agronomiche ma anche dell’adattabilità all’ambiente di coltivazione, rimane uno degli aspetti più importanti al fine di ottenere una materia prima con caratteristiche di elevata qualità.

Gotta: ruolo dell’Alimentazione e Cure

Il ritorno della gotta: è questo il tema dell’ intervista al professor Carlo Maurizio Montecucco, ordinario di reumatologia all’università di Pavia e primario al policlinico San Matteo di Pavia, che potete vedere a fianco. Si tratta di una malattia delle articolazioni che deriva dalla deposizione di cristalli di acido urico. Questo, se eccessivamente presente nel sangue, porta forme acutissime di artrite; gli attacchi tendono a diventare sempre più frequenti fino a giungere a una forma di artrite cronica.

Quali sono i sintomi della gotta? Un attacco di artrite dolorosissima e improvvisa, a volte con febbre, solitamente all’articolazione alla base dell’alluce: problema che solitamente si risolve nel giro di qualche giorno.

ALIMENTAZIONE – Questi attacchi possono arrivare “di sorpresa”, solitamente di notte, ma a volte possono essere dovuti a eccessi alimentari o di bevande alcoliche (la birra in particolare), o a camminate molto stancanti che causano uno stress importante delle articolazioni. Alcuni cibi in particolare favoriscono la gotta: le carni rosse, i crostacei, i formaggi fermentati, ma anche gli alcolici, le bevande zuccherate che contengono fruttosio, grossi quantitativi di frutta.

La gotta è una malattia che si conosce fin dall’antichità, ma oggi è più frequente rispetto a 20-30 anni fa. Si sta diffondendo in particolare nei Paesi in via di sviluppo o di recente boom economico (come la Cina), dove l’alimentazione è fortemente cambiata negli ultimi decenni portando la percentuale di gottosi al livello di quella italiana.

Anche l’uso di alcune medicine può favorire l’iperuricemia (accumulo di acido urico).

La gotta, sottolinea Montecucco, è una malattia da cui si può guarire e la terapia segue due linee: prima è necessario far cessare gli attacchi acuti di artrite (con antinfiammatori) e quindi abbassare i livelli di acido urico nel sangue con l’allopurinolo, unico farmaco oggi disponibile in Italia. Con un’avvertenza: il trattamento con questo farmaco può portare a un intensificarsi degli attacchi per lo sciogliersi dei depositi di cristalli, dunque questa parte della terapia va integrata con antinfiammatori per almeno 3-6 mesi.

Il Tè Verde

In base alle recenti ricerche degli scienziati dell’Università di Newcastle, bere regolarmente il tè verde può prevenire lo sviluppo dell’ Alzheimer o di altre forme di demenza.

Lo studio pubblicato nel giornale “Phytomedicine” suggerisce anche che questo antico rimedio cinese può avere un ruolo fondamentale nel proteggere il corpo dal cancro.

Sotto la guida del Dott. Okello, il team del Newcastle si è posto l’obiettivo di sapere se le proprietà benefiche del tè verde – che sono presenti nella forma di infuso non digerito – fossero attive anche dopo la digestione.

La digestione è un processo vitale che fornisce al nostro corpo i nutrimenti necessari alla sopravvivenza. Ma il Dott. Okello afferma “anche se sappiamo che molti dei  cibi che mangiamo  hanno proprietà benefiche, non è detto che una volta digeriti tali proprietà vengano conservate”.

Il Dott. Okello del Dipartimento per lo Sviluppo Agricolo, Nutrizionale e Rurale dell’Universtà di Newcastle, spiega: “Ciò che è stato realmente entusiasmante di questo studio è che abbiamo verificato che quando il tè verde viene digerito dagli enzimi, le sostanze chimiche risultanti  sono in realtà più efficaci nel prevenire lo sviluppo dell’Alzheimer rispetto alla forma non digerita del tè”

“In più abbiamo scoperto che i componenti digeriti hanno proprietà anti-cancerogene che riducono in modo significativo la crescita delle cellule tumorali utilizzate nell’esperimento”

Come parte dell’esperimento, il team della Newcastle ha lavorato in collaborazione col Dott. Gordon McDougall del Consiglio  che si occupa del Controllo della Qualità dei Prodotti Agricoli e del Cibo all’Istituto Scozzese di Ricerca Agricola di Dundee, che hanno sviluppato una tecnologia che simula il sistema digestivo umano.

È questo che ha permesso al team di analizzare le proprietà protettive dei prodotti della digestione.

Due sono i componenti conosciuti come significativamente responsabili dello sviluppo del disturbo di Alzheimer – il perossido di idrogeno ed una proteina conosciuta come beta amiloide.

Studi precedenti hanno dimostrato che le sostanze conosciute come polifenoli, presenti nel te nero e verde, possiedono poprietà neuroprotettive, riuscendo a bloccare le sostanze tossiche e  proteggendo le cellule cerebrali.

Quando ingeriti, i polifenoli vengono scomposti per produrre un mix di sostanze che sono diventate oggetto della ricerca del team di Newcastle.

”E’ una delle ragione per le quali dobbiamo stare attenti quando facciamo affermazioni sui benefici  dei diversi cibi o integratori.”

“Esistono sicuramente sostanze che hanno qualità benefiche e siamo in grado di identificare i cibi che li contengono ma ciò che succede nel corso del processo digestivo è di fondamentale importanza per comprendere se questi cibi conservano a meno le loro proprietà”

Nell’esperimento condotto in laboratorio è stato utilizzato un modello di cellula tumorale.

Il team ha esposto tali cellule a varie concentrazioni di tossine e di sostanze derivate dalla digestione del tè verde.

Il Dott. Okello spiega: “ le sostanze derivate dalla digestione del tè hanno protetto le cellule sane impedendo alle tossine di distruggerle.

Abbiamo inoltre potuto verificare che tali sostanze hanno influito sulla crescita delle cellule tumorali, rallentandola in modo significativo.

Il tè verde è stato utilizzato nella medicina tradizionale cinese per secoli e ciò che abbiamo verificato spiega il motivo per cui può essere efficace rispetto ad alcuni dei disturbi che affrontiamo al giorno d’oggi”

Il prossimo passo sarà quello di scoprire se le sostanze benefiche vengano prodotte durante la digestione di soggetti umani volontari che ingeriscano i polifenoli del tè.

L’Uva fa anche Dimagrire

Resveratrolo, un tesoro nascosto nell’uva.

 Anche se non è ancora la stagione giusta per trovare l’uva la ricerca sugli effetti benefici del frutto della vite non si ferma. Alle già note proprietà del resveratrolo, un composto anti-ossidante presente nella buccia dell’uva, dobbiamo aggiungere anche la capacità di far dimagrire. Ad affermarlo sono i ricercatori della University of Texas Science Center di San Antonio (Stati Uniti) in una ricerca pubblicata dalla rivista Journal of Biological Chemistry. Benefici anche per il diabete di tipo 2… Negli ultimi anni la ricerca sul resveratrolo presente nella buccia dell’uva (specialmente l’uva rossa) si è intensificata notevolmente. Oltre a possedere potenti capacità anti-ossidanti fondamentali nel rallentare l’invecchiamento, recenti studi hanno evidenziato i suoi benefici effetti nel contrastare l’insorgenza del diabete di tipo 2. …e per il buon funzionamento del metabolismo A partire da quest’ultimo risultato i ricercatori statunitensi hanno indagato in che modo il resveratrolo influenzi il metabolismo. Dalle analisi, per ora condotte in modelli di laboratorio, si è scoperto che esso è in grado di regolare la produzione di adiponectina, un ormone che controlla il consumo dei lipidi e che è stato dimostrato essere carente nelle persone che dovrebbero dimagrire. In futuro nuovi farmaci derivati dall’uva? Dunque il resveratrolo aiuterebbe il nostro corpo a liberarci dal grasso in eccesso modulando l’attività dell’adiponectina.

Non solo, lo studio ha inoltre confermato nuovamente le proprietà anti-invecchiamento e anti-diabetiche di questa preziosa molecola anti-ossidante. Come dichiara Feng Liu, uno degli autori dello studio, “Questi risultati dovrebbero essere di grande interesse per tutti coloro che sono obesi o soffrono di diabete e dovrebbero anche fornire informazioni importanti per lo sviluppo di nuovi farmaci”.

Ancora sulle etichette…

Da ormai una trentina d’anni i produttori alimentari hanno l’obbligo per legge di indicare sulla confezione del prodotto le sue caratteristiche organolettiche, gli ingredienti utilizzati e tutta una serie di altre informazioni.

Il più importante dato da prendere in considerazione sono gli ingredienti, ossia ciò che effettivamente è stato utilizzato per produrre l’alimento.

Questi ingredienti sono indicati per ordine decrescente di quantità, che significa che il primo ad essere indicato è quello più presente nell’alimento. Ecco che possiamo scoprire come in una confezione di biscotti, lo zucchero – e non la farina – è il primo ingrediente. Anche in molte cioccolate, marmellate e dolci vari si verifica la stessa cosa. Noi paghiamo per dei biscotti ma compriamo soprattutto zucchero.

Ora guardiamo invece in fondo alla lista degli ingredienti; cosa troviamo? Aromi (anche quelli chiamati ‘naturali’ sono in realtà chimici), additivi alimentari (con la sigla E…) come conservanti, addensanti, anti acidificanti, coloranti, edulcoranti ecc – la lista può essere molto lunga.

Questi componenti sono in piccole dosi, ma per essere nocivi ne bastano minime quantità.

E  in mezzo all’elenco cosa troviamo? Tante sostanze dal nome strano, come zucchero invertito, burro anidro, grassi idrogenati, amidi invertiti… tutte sostanze manipolate chimicamente.

E gli ingredienti ‘naturali’? Uova e latte in polvere!

Quindi: attenzione a non farvi ingannare dalla confezione invitante, dagli slogan salutistici del tipo: “Biscotti al malto” per poi scoprire che di malto c’è l’1% e il resto è tutto zucchero!
A

rriviamo così ad un altro punto controverso: il nome del prodotto. Sebbene la legge proibisca chiaramente nomi di fantasia che possono trarre in inganno il consumatore, molto spesso il nome dell’alimento è fuorviante rispetto a quanto effettivamente si va ad acquistare. Ecco un esempio: “Rigoli  – frollini con latte e miele” dove il latte (in polvere) è solo il 2,6% e il miele 1%, mentre lo zucchero è al secondo posto dopo la farina, e c’è anche dello sciroppo di glucosio, grassi vegetali e aromi vari.

Le caramelle sono forse il prodotto peggiore da questo punto di vista; spesso nella confezione riportano immagini di freschezza e di naturalità, come quelle di erbe spontanee di bosco, oppure di agrumi, quando poi il tutto si riduce a coloranti, edulcoranti e aromi chimici.

Ecco un’etichetta: zucchero, malto destrine, acidificante (acido tartarico), addensante (gomma arabica), aromi, amido di riso, esaltatore di sapidità (xilitolo), antiossidante (acido ascorbico).

Anche le bevande non scherzano! Le comuni aranciate contengono pochissimo succo d’arancia! Come fanno ad essere così gustose e colorate di arancione o rosso? Acqua, succo d’arancia (12%), sciroppo di glucosio-fruttosio, zucchero, anidride carbonica, acidificante: acido citrico, aromi, conservante: potassio sorbato, antiossidante: acido l-ascorbico, coloranti: E110, E122. Questi sono gli ingredienti!
E la pasticceria ‘fatta in casa come una volta’? Ecco l’etichetta di un croissant all’albicocca: farina di frumento, farcitura di albicocca 26% (edulcorante sciroppo di maltitolo, purea di albicocca 35%, stabilizzante sciroppo di sorbitolo, addensante pectine, acidificante acido citrico, aromi), oli e grassi vegetali, edulcoranti: maltitolo, sciroppo di maltitolo, lievito, uova, tuorlo d’uovo, farina di cereali maltati, emulsionante: mono e di gliceridi degli acidi grassi, lecitina di soia, burro, umidificante: sciroppo di sorbitolo, glutine, aromi, sale, alfa amilasi, agente di trattamento delle farine: acido ascorbico.
Gnocchi di patate? Purea di patate (80%), farina di grano tenero, farina di riso, sale, aromi, conservanti: E200, E223, antiossidante: E320, correttore di acidità: E330, emulsionante: E471, stabilizzante: E450, aromi. Ma una volta non bastavano solo le patate e la farina?

Conclusioni: leggete bene le etichette e non comprate dove vedere che la lista è lunga e che ci sono molti nomi strani e sconosciuti. Evitate il più possibile gli additivi alimentari E…, gli aromi e tutto ciò che è chimico.
La vostra salute vi ringrazierà a lungo!  (fonte ricerche di vita)

 

Le Combinazioni Alimentari per Digerire Meglio

Contrariamente a quanto si pensa, lo stomaco non è una lavatrice! Ingerire cibi diversi sulla base del presupposto che ‘tanto poi lo stomaco digerisce tutto’ significa compromettere seriamente le funzioni di questo organo e della salute in generale.

La digestione è un delicato processo che si basa su precise leggi chimiche. La Chimica è una scienza esatta e non ammette eccezioni. Ciò significa da un lato che se conosciamo queste leggi possiamo serenamente aver fiducia nel funzionamento del nostro corpo, e dall’altro, che se le infrangiamo, le conseguenze saranno inevitabili. Stomaco, bocca e intestino producono oltre 300 succhi digestivi; ne deduciamo che la digestione è estremamente selettiva in quanto quasi ogni categoria di cibo ha il proprio succo digestivo. Questi succhi si dividono in due grandi categorie: quelli che si attivano e funzionano in ambiente acido e quelli che – al contrario – funzionano in ambiente basico o alcalino.

Se mescoliamo una sostanza acida con una basica, l’effetto finale è molto simile a quello dell’acqua calda con quella fredda: le due si annullano. Da questo semplice principio ne consegue che se mangiamo insieme un cibo che richiede una digestione acida con uno che invece ha bisogno di un ambiente alcalino, l’effetto finale sarà che nessuno dei due verrà digerito!

La Pepsina è il succo gastrico che digerisce tutte le proteine (quindi, la carne, il pesce, i formaggi, le uova, le proteine vegetali ecc.) e richiede un ambiente acido per attivarsi (e difatti lo stomaco produce uno 0,3% di acido cloridrico). La Ptialina è il succo che digerisce gli amidi (quindi, cereali, pasta, pane, patate ecc.) e per funzionare richiede un ambiente basico. Cosa succede se ad esempio mangiamo pane e salame? Il corpo deve produrre acidità per il salame, e contemporaneamente un ambiente alcalino per il pane… le due azioni avranno come risultato un effetto nullo, con la conseguenza che nessuno dei due succhi digestivi si attiverà e né il primo né il secondo alimento verranno digeriti.

Giungiamo così al primo e più importante principio della digestione: non abbinare insieme proteine con carboidrati. Siamo consapevoli di quanto sia difficile mettere in pratica questa regola perché la nostra cucina mediterranea ha moltissime ricette che uniscono proteine con carboidrati (pane e formaggio, polenta e salciccia, pasta al ragù, pesce con patate. Possiamo rimanere increduli di fronte a ciò, ma non dimentichiamoci che in natura non esistono cibi che abbinano insieme proteine e carboidrati (ad eccezione dei legumi che difatti vengono digeriti con fatica), oltre al fatto che gli animali tendono a mangiare separatamente queste sostanze (gli uccelli ad esempio mangiano vermi o semi in pasti diversi, anche i gatti di casa separano il ragù dalla pasta).

Sempre in tema di acidità/alcalinità, un’altra regola fondamentale è di non mangiare frutta durante i pasti (pare che solo mela, ananas e papaia hanno enzimi anti-fermentanti e si possono al limite consumare assieme al pranzo, prima, durante o dopo), soprattutto con i carboidrati, perché tutta la frutta viene digerita nell’intestino, e se invece deve rimanere ferma nello stomaco per la digestione degli altri cibi, fermenta e produce ulteriore acidità che impedisce la digestione dei carboidrati, e anche rovina a lungo andare le delicate pareti dello stomaco e dell’intestino, producendo infiammazioni che se diventano croniche si trasformano in gastriti e coliti. La frutta è un’ottima fonte di vitamine, zuccheri e sali minerali, e non dovrebbe mai mancare nell’alimentazione quotidiana. Il modo migliore per mangiarla è a colazione, oppure prima dei pasti.

Terza importante regola: non abbinare insieme sostanze acide con i carboidrati, sempre per la stessa ragione. Qui il problema sta soprattutto nei pomodori e nella salsa di pomodoro, usata abbondantemente per condire la pasta, la pizza ecc. Il pomodoro è un frutto acido (al pari del kiwi e degli agrumi) e non una verdura come comunemente si pensa. Usarlo in tal senso significa fare un errore grossolano con conseguenze negative per la digestione e la salute in generale. Aggiungiamo che questi frutti – se non perfettamente maturi – contengono una sostanza velenosa, la solanina, e per questo andrebbero consumati solo in stagione, ossia d’estate, e con la certezza che siano stati raccolti completamente maturi, perché è il sole che elimina questa sostanza.

L’alimentazione moderna si caratterizza soprattutto per l’abbondanza e la varierà degli alimenti a disposizione. Da un lato, ciò è una fortuna perché ci mette a disposizione una ricchezza impensabile solo un secolo fa, ma dall’altro occorre conoscere attentamente le qualità e le caratteristiche di tutti questi cibi per non combinarli in modo scorretto e rendere così estremamente difficile la digestione.

La naturopatia

La Naturopatìa è una disciplina di origini antiche, che si avvicina al malessere e al disagio con modalità diverse rispetto alla medicina. Utilizza infatti un approccio globale alla salute, per cui ogni individuo viene visto nella sua totalità, a prescindere dal singolo disturbo, e unicità, sulla base delle specifiche caratteristiche costituzionali e di stile di vita.

Il termine deriva dall’inglese Nature’s path (“sentiero naturale”), ma racchiude anche un’altra interpretazione (“sentire secondo natura”, dal latino natura e dal greco pathos).

Il Naturòpata non si occupa di diagnosi e terapia (che sono atti riservati al medico), ma invece ha il compito di riequilibrare il sistema psico-fisico-emozionale e stimolare la capacità di autodifesa e autoguarigione dell’organismo. Il principio di fondo, comune a molte discipline olistiche, è che l’essere vivente possiede sin dalla nascita un determinato quantitativo di energia vitale, che governa ogni processo biochimico seguendo un modello di “intelligenza biologica” (vis medicatrix Naturae, il potere curativo della Natura): è appunto la quantità di energia vitale di ogni persona – che varia nel tempo – a determinarne la salute o la malattia. La Naturopatia valuta questa “capacità” vitale e aiuta il soggetto a conservarla o a ripristinarla in caso di squilibri e disfunzioni. A questo scopo utilizza – in maniera integrata – molteplici metodi e tecniche naturali.

I concetti fondamentali della Naturopatia sono quindi: il rispetto delle leggi biologiche che regolano la vita; l’attenzione rivolta alla persona e non solo al suo disturbo; il riequilibrio energetico; la corretta alimentazione; la disintossicazione dell’organismo.

I cereali e la salute

I limiti dell’alimentazione moderna appaiono molto evidenti quando facendo riferimento alla grande famiglia dei cereali osserviamo che sulla tavola sono presenti quasi esclusivamente pane, pasta e riso, tutti bianchi e raffinati.

Il termine cereali deriva da Ceres, la dea della terra e dell’agricoltura, a simboleggiare come questa famiglia di alimenti rappresenti proprio le radici dell’uomo. I cereali fanno parte della famiglia delle graminacee, e nel corso dei secoli, grazie alla coltivazione dell’uomo, hanno sempre di più assunto una forma verticale, mentre i chicchi perdevano la caratteristica di disperdersi al vento e aderivano maggiormente al fusto con la formazione della spiga. Così, la vita del cereale inizia dalla radice, cresce nel fusto e si concentra nel seme, tanto che un chicco di grano rimane vivo per almeno dieci anni. Per rendere l’idea di quanto forte sia questa spinta vitale verso l’alto, considerando una piantina alta 1,2 metri e larga 4mm, la proporzione rispetto ad un moderno edificio sarebbe una costruzione di 300 metri! Tutto questo sforzo viene fatto per concentrare nel seme la vitalità della pianta, oltre che i preziosi principi nutritivi. Nel chicco si distinguono tre parti: il corpo farinoso, gli strati corticali e il germe, e tutti e tre sono in realtà un’unità, tant’è che togliendone anche solo uno, come avviene nella sbiancatura della farina, il valore nutritivo si riduce drasticamente mentre la vitalità viene completamente perduta.

Vediamo ora l’aspetto più interessante, ossia quale possa essere l’azione dei cereali sull’uomo. Sono sempre di più gli studi scientifici che dimostrano il fatto che i cereali integrali svolgono un ruolo fondamentale per la salute dell’organismo. Le diverse scuole e filosofie alimentari non sono tuttavia concordi nell’attribuire un valore così primario ai cereali: alcune, come la macrobiotica, ne fanno l’alimento base principale e ne esaltano le qualità, altre invece tendono a ridimensionarne l’impiego alla luce di alcuni importanti aspetti negativi. Il principale di essi è sicuramente l’elevata presenza di acido fitico che inibisce l’assimilazione di alcuni minerali come il ferro, lo zinco e il calcio. Anche se è bene non trascurare tale effetto, soprattutto nei casi delle donne in gravidanza e dei bambini – che dovrebbero preferire i cereali semintegrali – c’è da dire che finora le carenze di ferro non sono mai state associate ad un consumo eccessivo di cereali, bensì ad altre cause. Dal nostro punto di vista, i cereali rimangono sicuramente importanti per l’alimentazione umana anche se – principio mai sottolineato abbastanza e che vale per ogni cibo – non bisognerebbe esagerare nel loro consumo.

Il più importante merito di questa categoria di alimenti è quello di essere la principale fonte di zuccheri complessi (amido), utili per fornire energia in tempi lunghi, e quindi particolarmente adatti per uno stile di vita sedentario o per attività più intellettuali che motorie, e idonei per i climi o le stagioni più fredde, grazie al potere riscaldante (dovuto anche alla cottura e al consumo a caldo). Le altre proprietà dei cereali sono: un valore discreto di sali minerali (se si consumano i chicchi integrali), contenuto di grassi insaturi, una buona percentuale di proteine (anche se incomplete,) e di vitamine (che però vengono perse con la cottura).

Una proprietà finora poco conosciuta è legata all’alto valore degli oli contenuti nei chicchi. Sembra che questo olio sia in grado di mantenere morbide le pareti delle cellule, facilitando lo scambio osmotico e garantendo una salute più durevole.

Dal punto di vista della salute, i cereali hanno una serie di effetti benefici:

regolano il funzionamento dell’intestino e prevengono le intossicazioni;

– prevengono le malattie cardiovascolari grazie al loro effetto riducente sul colesterolo LDL

– favoriscono la vitalità della flora batterica;

– contenendo molti antiossidanti, minerali, oligoelementi, grassi polinsaturi, fitoestrogeni, migliorano le difese immunitarie e riducono i processi infiammatori e degenerativi;

– prevengono alcune forme di cancro, come quello all’intestino, allo stomaco e al pancreas;

– prevengono il diabete perché stimolano debolmente la resistenza insulinica e l’indice glicemico.

– Riduzione dei problemi di sovrappeso e di obesità, dovuto al fatto che gli zuccheri vengono assimilati più lentamente e che si produce prima l’effetto di sazietà

Occorre fare un’importante distinzione tra cereali integrali, semintegrali e raffinati o bianchi. I primi sono costituiti dal chicco intero, così come prodotto dalla natura. I semintegrali hanno subito un processo di raffinazione che ha eliminato la frazione più esterna, per cui hanno perso una parte dei principi nutritivi, mantenendo però la vitalità. Quelli raffinati sono bianchi perché è stato tolto praticamente tutto l’involucro lasciando solo la parte centrale che è composta da amido puro: essi sono pertanto quasi completamente privi di principi nutritivi ad esclusione dell’amido.

E’ evidente che per godere appieno del loro valore, occorre consumare i cereali nella forma integrale. Per alcune persone, soprattutto le prime volte, questo passaggio può causare problemi digestivi e intestinali, perché il corpo ha progressivamente perso la capacità di lavorare il prodotto integrale, però, iniziando con piccole quantità, o magari con cereali semintegrali, gradualmente questa abilità verrà ripristinata, soprattutto nei giovani e negli adulti, più lentamente negli anziani.

I cereali non possono essere consumati crudi perché troppo duri per la masticazione e perché il loro amido risulta indigesto. La cottura li rende più morbidi anche se ne distrugge parzialmente il valore nutritivo. Una modalità poco conosciuta è la germogliazione. Tutti i cereali integrali, essendo vivi, possono germogliare in presenza di acqua. Tale processo migliora le loro proprietà nutritive e li rende maggiormente digeribili, tanto che diviene possibile consumarli crudi.

Abbiamo già visto che la loro fibra aiuta e regolare efficientemente il funzionamento dell’intestino, previene livelli di intossicazione dovuti a sostanze tossiche, oltre che le malattie cardiovascolari e probabilmente anche il tumore all’intestino. I cereali ricchi di oligosaccaridi servono come nutrimento per la flora batterica e la rinforzano, contribuendo così a rafforzare tutto il sistema immunitario. La loro naturale ricchezza di antiossidanti, minerali, grassi polinsaturi e fitoestrogeni hanno infine effetti positivi su tutto l’organismo.

Un altro dato che emerge dall’osservazione e dalla sperimentazione è che i cereali rafforzano l’attività sensoriale, oltre che operare a livello del sistema nervoso migliorando la memoria, la concentrazione e lo sviluppo della coscienza. In particolare, l’alto contenuto di silicio e di fosforo rafforza il cervello. Inoltre, proprio quest’ultimo minerale, legandosi con alcuni amminoacidi, fa in modo che questi nutrano le cellule nervose.

Altra principale caratteristica è alto contenuto di zuccheri, sotto forma di amido, che nel corpo viene trasformato in glucosio, il principale nutrimento del cervello. Secondariamente, il ruolo del cereale quale elemento di rinforzo del sistema nervoso esplica i suoi benefici anche su quegli organi che dipendono sempre dal cervello per il loro funzionamento. Stiamo parlando del cuore e dei polmoni. Alcuni ricercatori hanno osservato che in Europa la tubercolosi polmonare si diffuse proprio quando il cereale fu sostituito dalla patata. Anche il magnesio presente nei cereali svolge un ruoto tonificante per i muscoli, in modo particolare proprio per quelli cardiaci e polmonari, così come la vitamina B1,anch’essa presente nei chicchi integrali.

Vediamo ora per ciascuna tipologia di cereale le qualità salienti:

GRANO Ne esistono moltissime varietà. Tra le più importanti ricordiamo il grano tenero, quello duro, il farro e il kamut. E’ ricco di glutine e quindi è idoneo alla lievitazione e alla panificazione. Il suo amido è facilmente digeribile, ma non è indicato per chi soffre di intolleranza al glutine. Cous Cous e Boulgur rientrano in questa categoria. E’ oggi il cereale più usato nei paesi occidentali, e forse anche per questo si registrano sempre più casi di intolleranze ad esso. Pane, pasta, biscotti, torte, pizza, fette biscottate, crostini… l’elenco è lungo e a ben vedere basta anche solo un’occhiata sulla propria tavola per vedere quanto grano sia presente. Paradossalmente, la sua presenza come chicco intero è invece nulla, perché per tutti i prodotti suddetti si parte sempre dalla farina, nella maggior parte bianca e denaturata, e quindi privata della maggior parte dei principi nutritivi. Le sue virtù, sempre se consumato sotto forma di chicco integrale, consistono in un forte processo di armonizzazione e di regolarizzazione delle funzioni principali del corpo. E’ rinforzante per il cuore e per la circolazione.

RISO Nei paesi orientali è il cereale più consumato e si stima che circa la metà della popolazione mondale lo consumi come alimento principale. Ne esistono moltissime varietà e fortunatamente oggi si sta cercando di valorizzarle a livello locale. Particolarmente raro e prelibato il riso selvatico, il nero Venere e il riso rosso Camargue. Particolare anche il basmati, molto profumato. Così come per il grano, anche il riso viene consumato prevalentemente denaturato (bianco), perdendo così la maggior parte delle sue proprietà. Le sue proprietà sono notevoli: stimola il sistema linfatico, è diuretico, rafforza i reni e rinforza la volontà, oltre che favorire lo sviluppo e la maturazione della coscienza. Non a caso, grandi religioni come l’induismo, il taoismo, il buddismo e altre si sono sviluppate in zone dove il riso è il principale alimento. Potremmo anche spingerci ad affermare che esso faciliti i processi meditativi e contemplativi.

MAIS Altro grande cereali ad alto consumo, il mais si differenzia come pianta per la sua robustezza e forza, oltre che per una pannocchia radicalmente diversa dalle classiche spighe. Esso proviene dall’America del Nord dove gli indios lo coltivavano e se ne nutrivano abbondantemente. Solo che mentre essi lo facevano germogliare e lo cucinavano come chicco, noi lo consumiamo soprattutto sotto forma di polenta. E’ il più povero tra i cereali. Usato soprattutto per la famosa polenta, o per fare i cornflakes e i pop-corn. Ne esistono 4 varietà: quella gialla (la più famosa), la bianca (usata soprattutto nel Veneto), la rossa e la nera (rarissima). Il grosso problema oggi con il mais è che quasi ogni varietà è contaminata e divenuta transgenica Il suo valore alimentare è inferiore perché è privo di alcune proteine importanti, però, proprio perché non contiene glutine, è adatto per tutti coloro che soffrono di allergie e intolleranze verso questa sostanza.

ORZO E’, insieme al grano, il più antico cereale conosciuto in occidente. Si narra che la dea Demetra desiderasse l’orzo come offerta sacrificale. Platone, descrivendo l’Epoca d’Oro, spiegava come l’uomo si nutrisse di orzo, frutta e bacche. In linea generale, l’orzo, dove la proteina è mescolata con l’amido più che in ogni altro cereale, risulta un potente stimolante di tutta la forza formativa dell’organismo. In particolare, la presenza di silicio lo rende idoneo come rinforzante di tutto il sistema nervoso e del tessuto connettivo. Inoltre, essendo ricco di mucillagene, è adatto per curare molte patologie dell’intestino, dello stomaco e del sistema respiratorio. Sempre grazie a questa mucillagene, è molto efficace contro la febbre alta.

AVENA L’avena è il cereale più consumato dalle popolazioni dell’Europa del Nord. Da lungo tempo si conoscono i suoi poteri rinforzanti, soprattutto nei giovani. Molto ricco di proteine (12%) e di grassi (3-6%), è un cereale invernale perchè produce più calore mentre viene digerito. Ha un sapore leggermente dolciastro che lo rende adatto per i dolci, oppure per il famoso porridge inglese. E’ buona anche nelle minestre. Essa inoltre crea equilibrio nel metabolismo delle proteine ed è più indicata nei casi di diabete per la sua risposta insulinica molto bassa. E’ molto ricca di minerali, specialmente il silicio, il magnesio e il ferro, per cui è indicata come rimineralizzante, oltre che riequilibrare la circolazione del sangue. Infine, combatte l’anemia.

SEGALE Cereale poco conosciuto perché coltivato soprattutto nei paesi dell’Est europeo. Difatti, è nota la sua resistenza al freddo e ai ghiacci. Inoltre, non è esigente in termini di terreno, per cui può crescere dappertutto, fino a 1.500 metri d’altitudine. E’ più difficile da digerire ma è anche più nutriente, non solo come sostanze nutritive, ma anche come sostegno alle forze formative del corpo. Infine, grazie ad un alto contenuto di potassio, ha un potere rinforzante nei confronti del fegato.

MIGLIO Il miglio è largamente diffuso in tutta Europa anche se in Italia è poco conosciuto. Nell’antichità veniva usato simbolicamente in diverse occasioni: nel giorno delle nozze si metteva dentro le scarpe della sposa come simbolo di diligenza. Allo stesso modo, si spargeva sul capo degli sposi come benedizione per la fecondità. La dea dell’amore e della fecondità, Holder, abitava su un monte di miglio. E’ molto ricco di silicio, fluoro, magnesio, potassio, fosforo e ferro, e grazie a questo è un rinforzante della pelle e degli organi di senso. Molto benefico per la vista e per la cura della pelle. Il fluoro testimonia la sua importanza per i denti. E’ nota la sua azione rinforzante sulle unghie e sui capelli indeboliti. In linea generale, è un alimento che fornisce energia e calore, e quindi è utile contro malattie moderne come il cancro e l’arterioschlerosi.

GRANO SARACENO L’origine di questo particolare alimento – che non è propriamente un cereale ma una poligonacea – è nel Nepal e negli altri paesi confinanti con la Cina. La sua diffusione fu dovuta ai popoli saraceni – da cui il nome – che conquistarono l’Europa. In Italia è conosciuto quasi esclusivamente nella forma dei Pizzoccheri valtellinesi e in parte come farina da aggiungere alla classica polenta – che viene quindi chiamata “bergamasca”. Una nota interessante è il fatto che questa pianta è delicata nei confronti dei fertilizzanti chimici che quindi non possono essere usati nella coltivazione. Si tratta di un alimento molto digeribile, contiene un’alta percentuale di lisina, un amminoacido fondamentale per la vita.

AMARANTO E QUINOA sono cereali sudamericani, poco conosciuti nel resto del mondo, di gusto particolare, ricchi di sali minerali e di proteine, ma anche molto leggeri e quindi adatti per l’estate. Sono privi di glutine. Per il momento mancano studi più precisi sulle loro proprietà.

La nutrigenomica

Si è già discusso molto sul fatto che la medicina occidentale sia rimasta quasi completamente cieca di fronte all’ipotesi che il cibo potesse essere correlato con lo stato di salute generale del corpo e in particolare con le più diffuse malattie dell’era moderna.

Fino ancora a qualche anno fa, era difficile trovare medici e ricercatori che sostenessero questa (evidentissima) ipotesi, per cui la medicina ha continuato ostinatamente per la propria strada, quella cioè dei farmaci, delle cure e degli interventi chirurgici. Già nel 1850 il filosofo Feuerback sosteneva che l’uomo è ciò che mangia e che “per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio”, per non parlare di Ippocrate, il padre della medicina, che affermava: “Che il cibo sia la tua medicina, che la medicina sia il tuo cibo” e il suo pensiero si basava sulla convinzione che gli alimenti fossero in grado di influenzare quello che egli chiamava “calore” dell’organismo, e più in generale la genesi delle malattie.

Eppure, questo avvertimento è rimasto per lo più inascoltato, almeno in Occidente, mentre le antiche medicine orientali da millenni sostengono la correlazione tra cibo e salute. Solo per fare un esempio, è emblematico che nella Macrobiotica non esistano farmaci ad esclusione dei cibi stessi che vengono appunto usati come rimedi alle più comuni malattie. Intorno ai 1950 alcuni ricercatori americani si chiesero come mai le persone che abitavano il bacino del Mediterraneo e si alimentavano di cibi ricchi di grassi, soffrivano molto meno degli americani di disturbi circolatori, infarti, colesterolo, tumori ecc. La risposta emerse chiaramente studiando la dieta mediterranea e osservando come questa fosse ricca di verdure, frutta e legumi. Ad un esame più approfondito si scoprì la presenza in questi cibi di sostanze, come gli antiossidanti, in grado di ridurre notevolmente i rischi di tali malattie. Ad esempio, si scoprì che l’olio extravergine d’oliva – pilastro della dieta mediterranea – era ricco naturalmente di antiossidanti e di acidi grassi monoinsaturi, e quindi abbassava il colesterolo, proteggeva le arterie prevenendo quindi malattie come arteriosclerosi e l’infarto.

Studi più recenti confermano anche il suo ruolo protettivo nei confronti di alcune forme di tumore, come quella al seno. Allo stesso modo, nei legumi sono presenti grandi quantità di vitamine A e C, di sali minerali come il calcio, il fosforo, il ferro e il potassio, e soprattutto di lecitina, un fosfolipide che emulsiona i grassi impedendo loro di accumularsi nel sangue e quindi di aumentare il colesterolo. Allo stesso modo, i fitoestrogeni presenti sembrano avere un effetto protettivo nei confronti dei tumori al seno e al colon. Ancora, la carota è ricca di betacarotene, che viene trasformato in vitamina A nel nostro intestino. Questa sostanza serve per la crescita e la riparazione dei tessuti, protegge le mucose della bocca, del naso, della gola e dei polmoni, riducendo così il rischio di infezioni, ed è un potente antiossidante. Studi più moderni hanno messo in luce la sua azione preventiva nei confronti del tumore ai polmoni e del cavo orale. Infine, questo vegetale così comune possiede anche un altro potente antiossidante, il glutatione, che previene l’invecchiamento della pelle, rafforza gli occhi e regola le funzioni intestinali. Il pomodoro, altro grande protagonista della tavola degli italiani, soprattutto se consumato ben maturo e in stagione, è ricco di licopene, un carotenoide che ferma i geni impazziti all’origine dei tumori, oltre che proteggere – come antiossidante – le molecole dall’attacco dei radicali liberi. Meno usati, i broccoli sono conosciuti fin dal medioevo, insieme a tutta la famiglia dei cavoli, come potenti “scope” dell’intestino, e difatti ricerche moderne hanno confermato il loro ruolo preventivo nei confronti del cancro al polmone, all’intestino, al colon e alla prostata. Potenti antiossidanti come i sulforafani e i glucosinolati, insieme a particolari principi attivi come gli isotiocianati, stimolano l’organismo a produrre enzimi che inibiscono l’insorgenza di tumori. Infine l’abbondante presenza di calcio, vitamine A e C e fibre svolgono un’azione preventiva nei confronti dell’Alzheimer, dell’ictus e delle cataratte, oltre che più in generale azioni antinfiammatorie e immunostimolanti. Che dire poi delle arance? La loro ricchezza in vitamina C – un potente antiossidante che rinforza il sistema immunitario, protegge il sistema cardiovascolare e svolge azioni antinfiammatorie – ne fanno un cibo da consumare giornalmente. E la barbabietola, così poco conosciuta? La sua ricchezza in zuccheri, sali minerali e vitamine, oltre che a sostanze ancora sconosciute, la rendono un medicinale prezioso; tra le sue funzioni, assorbe le tossine dalle cellule e ne facilita l’eliminazione, è depurativa, mineralizzante, antisettica, ricostituente, favorisce la digestione, stimola la produzione di bile, e rafforza la mucosa gastrica, cura le anemie, le infezioni del sistema celebrale, stimola la produzione di globuli rossi, scioglie i depositi di calcio nei vasi sanguigni e ne impedisce l’indurimento, stimola il sistema linfatico. A ben vedere, la lista dei cibi che esercitano un effetto sulla salute è lunga (e sarà sempre più lunga), anche perché ogni alimento prodotto dalla natura ha sempre qualche beneficio per l’organismo.

La nutrigenomica quindi si occupa della relazione tra il cibo e i geni del corpo, soprattutto in funzione delle malattie più conosciute. Sappiamo con certezza che numerosi geni si attivano o si disattivano in funzione della quantità ma soprattutto della tipologia del cibo ingerito. Ad esempio, il gene Sirt, responsabile della lunghezza della vita, agisce in relazione al numero di calorie assunte con la dieta, per cui, in parole semplici, troppe calorie accorciano la vita! Dati recenti confermano una stretta correlazione tra numerose forme di tumori e l’obesità, che favorisce stati infiammatori da cui appunto si sviluppano più facilmente i tumori. Nel DNA esistono circa 35.000 geni, la maggior parte dei quali sembrerebbe funzionare in relazione al cibo ingerito. Ovviamente, questo studio e questa scienza sono solo agli inizi, ma fanno ben sperare. Forse finalmente abbandoneremo la mediocre visione delle calorie come unico parametro per la dieta e abbracceremo una visione più ampia dove si sceglieranno i cibi più idonei alla salute. Passeremo cioè dall’approccio “classico” dove venivano proibiti i cibi che fanno male ad un approccio innovativo dove si consiglieranno i cibi che fanno bene.

Il dato nuovo – e per molti aspetti eccezionale – è che sia la medicina ufficiale a riconoscere questa relazione tra il cibo e la salute, e soprattutto grazie ai potenti mezzi di informazione e di comunicazione che essa dispone, forse questa volta si riuscirà a sensibilizzare l’opinione pubblica – sempre che le multinazionali non intervengano per bloccare il tutto. Da parte nostra, che ci battiamo da oltre 15 anni per una salute più naturale, non possiamo che accogliere con piacere e soddisfazione queste conferme. C’è voluto quasi un secolo per accorgersi che la Natura non è stupida e che – come diceva un famoso medico naturale dell’800, il dr. Tilden: “Ciò che la natura crea, l’uomo digerisce, ciò che l’uomo crea, la natura rifiuta”. (fonte riflessioni.it)