Poco sale per restare in salute

L’eccesso di sale è uno dei principali responsabili dell’insorgenza di ipertensione arteriosa e malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, nonché causa o concausa di una serie di altri disturbi. Uno studio statunitense della University of California di San Francisco ha evidenziato che riducendo di soli tre grammi il quantitativo di sale assunto giornalmente, gli americani potrebbero evitare fino a 92.000 morti, 99.000 infarti e 66.000 ictus all’anno. Numeri e risultati impressionanti, a fronte di sacrifici minimi: i ricercatori californiani sostengono che i benefici di una dieta con meno sale siano paragonabili a una diminuzione del numero di fumatori pari al 50% o al largo impiego tra la popolazione di farmaci anticolesterolo per la prevenzione dell’infarto. E in Italia? Va malissimo. Lo scorso anno il Ministero della Salute lanciò un vero e proprio allarme, affermando che gli italiani consumano troppo sale. Assumiamo infatti in media 10-15 grammi di sale al giorno, un quantitativo davvero ingente, se si considera che rappresenta più del triplo di quel che raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ridurre il sale nell’alimentazione quotidiana procura benefici a ogni livello, consentendo innanzitutto di abbassare la pressione arteriosa, migliorare la funzionalità di cuore, vasi sanguigni e reni, sconfiggere gonfiori agli arti e ritenzione idrica, diminuire i fenomeni infiammatori e persino contrastare l’osteoporosi (il sale provoca perdita di calcio con le urine, per un fenomeno noto come calciuria sodioindotta). Attenzione quindi, a tavola, a non esagerare con il sale aggiunto alle pietanze e all’acqua di bollitura della pasta. Ma soprattutto è necessario limitare fortemente i cibi ad alto contenuto di sale, che sono spesso esageratamente presenti nella dieta dell’italiano medio: il sale proveniente dai cibi industriali e artigianali rappresenta quasi il 60% dell’apporto totale. Pane, craker, grissini, pizze, focacce e altri prodotti da forno, salumi e affettati, formaggi, patatine e snack vari da aperitivo, cibi in scatola di ogni genere, dadi da brodo, salse quali maionese, ketchup e simili, persino molti alimenti industriali dal gusto dolce, come biscotti, fette biscottate e merendine, sono tutti cibi che contengono quantità elevate di sale. Quanti di coloro che soffrono di pressione alta o di osteoporosi e sono sotto trattamento farmacologico, spesso pesante e non scevro da rischi anche gravi, consumano craker, salumi e formaggi in abbondanza e potrebbero migliorare la loro condizione semplicemente modificando le abitudini alimentari? Certo, la colpa è nostra, che abbiamo perso la capacità di distinguere ciò che è sano da quel che invece fa male. Ma molto potrebbe essere fatto da chi ci governa e dalle aziende produttrici di alimenti. Una ricerca australiana pubblicata sulla rivista scientifica “Heart” ha esaminato gli effetti delle strategie di quei paesi che hanno adottato programmi che prevedono la diminuzione della quantità di sale nei cibi industriali e l’uso di etichette che avvertono delle conseguenze per la salute di un’alimentazione troppo saporita. Lo studio australiano ha concluso che, se tali programmi non fossero solo su base volontaria ma venissero emanate leggi apposite per imporre alle aziende di diminuire la quantità di sale nei loro prodotti, si potrebbero ridurre le malattie cardiovascolari del 20%.

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