Daily Archives: gennaio 31, 2011

La vitamina C o acido ascorbico

A Febbraio il nostro corpo è indebolito per via del lungo inverno e del fatto che ha piano piano consumato tutte le riserve energetiche, chimiche e fisiche accumulate nell’estate. Ecco che ammalarsi o semplicemente indebolirsi sarà più facile, e difatti non è un caso che le persone tendano ad ammalarsi maggiormente nei primi mesi dell’anno; febbri, raffreddori, muco, tosse e problemi intestinali permangono e si intensificano proprio in questo tratto finale dell’inverno, prima dell’arrivo delle forze primaverili.

Come proteggersi quindi? Ancora una volta ci rivolgiamo alla natura che da sempre si prende cura delle proprie creature. Esiste infatti una sostanza dai poteri quasi miracolosi, che gli scienziati stanno studiano da ormai decenni continuando a scoprire virtù straordinarie. Stiamo parlando della vitamina C, o acido ascorbico. La scoperta della vitamina C risale al 1937, anno in cui Szent-Gyorgyi, la scopri e la isolò per primo, scoperta che gli valse il Premio Nobel. Si dovettero pero aspettare più di trent’anni prima che il ruolo che questa molecola gioca nel funzionamento del nostro corpo fosse compreso appieno. Negli anni 60 e 70 diversi scienziati negli USA e in Canada portarono a termine importanti ricerche cliniche e di laboratorio su questa e altre vitamine: Carl Pfeiffer, Roger William, Hans Selye, Irwine Stone, Abram Hoffer, Humphrey Osmond, Robert Cathcart, Ewan Cameron, Mathias Rath, Linus Pauling, ecc… Quest’ultimo e stato incluso dalla rispettata rivista inglese New Scientist nella sua lista dei venti più importanti scienziati di tutti i tempi; ha ricevuto due premi Nobel (per la chimica e per la pace) non condivisi con altri; ha al suo attivo alcuni importanti ed originali contributi alla biologia, chimica e fisica, un’alta militanza nelle controversie politiche durante gli anni 50 e 60, inclusa l’organizzazione di una vittoriosa campagna internazionale per bandire i test delle armi nucleari. Può essere considerato il più importante esponente di quella corrente medico-scientifica che si e sviluppata negli USA negli ultimi 40 anni, che lui stesso definì Medicina Ortomolecolare. Egli scoprì che la vitamina C era coinvolta in un gran numero di reazioni biochimiche nel corpo umano. Due delle sue maggiori interazioni sono il potenziamento del sistema immunitario e la sintesi del collagene, una sostanza molto importante che tiene unito il corpo umano. Il collagene rinforza i vasi sanguigni, la pelle, i muscoli e le ossa. L’uomo non può creare collagene senza la vitamina C. Se questa sostanza scarseggia, le ossa diventano fragili (osteoporosi), le articolazioni si indeboliscono (artrosi) i vasi sanguigni perdono elasticità (=ipertensione sanguigna) e subiscono lesioni di vario tipo (arteriosclerosi, infarto, ictus), la pelle diventa vecchia e rugosa, ecc… Si dice che siano i cosiddetti “segni dell’età”; ma veramente l’età non c’entra molto. Sono i segni di cronica carenza di vitamina C. Nel corso degli anni numerosi ricercatori hanno sperimentato con successo la vitamina C nei confronti delle seguenti malattie: raffreddore, influenza, attacchi virali, mononucleosi , polmonite virale, febbre da fieno, asma, allergie ambientali e alimentari, ustioni, ferite, interventi chirurgici, ansia, prestazioni sportive e altri stress leggeri, cancro, spondilite anchilosante, sindrome di Reiter, uveite anteriore acuta, artrite reumatoide, infezioni batteriche, epatite infettiva, infezioni da Candida. Come diceva lo stesso Linus Pauling: “Sarebbe opportuno assumere quotidianamente la Vitamina C, soprattutto ai primi sintomi di raffreddore o di mal di gola o di presenza di muco nel naso,nonché di dolori muscolari o di malavoglia in generale; iniziate subito ad assumerla e continuate fino alla scomparsa di questi sintomi”. Dove si trova questa portentosa sostanza? ovviamente nei cibi che la natura prepara d’inverno. Eccoli (le quantità sono espresse in mg per 100g di prodotto): rosa Canina 1250, rughetta o rucola 110, broccoli 110, kiwi 85, cavoletti di Bruxelles 8,1 lattuga 59, clementine 54, limoni/arance 50, succo di arance 44, succo di limoni 43, mandarini 42, pompelmo 40, cavolo verde 30, mango 28, kaki 23, Ananas 17, finocchi 12, carote 9, banana 9. Un’avvertenza importantissima: la vitamina C non tollera il calore, per cui gli alimenti vanno consumati crudi. Inoltre, viene ossidata dall’ossigeno, per cui una volta preparato il cibo va consumato immediatamente. Assumere quotidianamente la vitamina C attraverso i cibi (e con integratori in caso di necessità di alti dosaggi) significa difendere il nostro organismo dagli agenti patogeni presenti nell’ambiente, rinforzare il sistema immunitario e irrobustire i tessuti, ma soprattutto passare incolumi attraverso le tipiche malattie di fine inverno

Grano e microtossine

Tratto da www.scienziatodelcibo.it

Qualche giorno fa abbiamo citato un’indagine de “Il Salvagente” in merito alla presenza di micotossine nelle paste alimentari dei principali marchi italiani, comprese la pastine per l’infanzia. All’articolo è seguito un intervento a difesa dei grandi marchi italiani di pasta il Dott. Cosimo Rummo, presidente dell’omonimo pastificio di Benevento, secondo il quale i valori riscontrati nell’indagine sono comunque all’interno dei limiti massimi ammissibili dal REG CE 1881/2006 per le micotossine DON e OTA. Non è dello stesso parere invece Andrea Di Benedetto, presidente del Consorzio agricoltori mugnai pastai-panificatori organizzati (Campo scarl), che coltiva e trasforma in pane e pasta il grano duro prodotto esclusivamente in Puglia e Lucania, puntualizzando, rispetto alle tesi della Rummo Spa, che nessuno vuole discutere del rispetto dei valori massimi ammissibili di DON e OTA nelle paste secche prodotte e commercializzate dai marchi del calibro di Gs, Rummo, Barilla, Carrefour, Coop, Divella ecc., se tali prodotti fossero a uso e consumo esclusivo degli adulti. È vero invece che quando si cucina un pacco di pasta in casa mangiano tutti: adulti e bambini!

Ma pochi sanno dell’esistenza del doppio limite (200 e 750 ppb), che secondo Di Benedetto dovrebbe essere riferito in etichetta. Sembrano inammissibili le proteste e le velate minacce che i pastai, e spesso anche semolieri nazionali, fanno rispetto a una doverosa opera di informazione dei consumatori. Piuttosto, urge da parte dell’industria pastaia e molitoria la decisione di rifornirsi con semole prodotte da grano duro sano e leale, non solo macinando grani importati, a volte di quarta categoria commerciale, spesso afflitti da valori di Don, Ocratossina A e metalli pesanti che solo grazie ai tagli coi grani del Sud Italia approdano ai valori considerati “normali”. Si dovrebbero usare i grani del Sud per produrre una pasta “made in Italy” di eccellenza: non solo per il colore e per la tenuta alla cottura, ma anche per la sicurezza alimentare.

La coltivazione del frumento duro, in Italia riveste un ruolo di primario interesse in quanto fornisce la materia prima all’industria di trasformazione per la produzione della pasta. L’area di coltivazione di questo tipo di cereale, tradizionalmente diffusa in particolare nel Meridione si è estesa negli ultimi anni anche in alcune zone del Centro-Nord dove le condizioni agro-climatiche consentono il raggiungimento di elevati livelli produttivi. Fra gli aspetti qualitativi del frumento duro assumono una particolare importanza le caratteristiche igienico-sanitarie del prodotto in merito alla presenza ed alla diffusione di metaboliti tossici come, ad esempio, le micotossine di origine fungina. Fra queste ultime il Deossinivalenolo (DON), prodotto da alcune specie di funghi del genere Fusarium, è la micotossina di più frequente riscontro nel frumento. Nell’ambito del Progetto MICOCER (“MONITORAGGIO DEI LIVELLI DI DEOSSINIVALENOLO NELLA GRANELLA DI FRUMENTO DURO”) realizzato dal Centro Sperimentale per la Cerealicoltura, è stata svolta un’attività di monitoraggio nazionale sui livelli di contaminazione da DON nel triennio 2006-2008. Tale azione ha riguardato sia aziende agricole e centri di stoccaggio (1.087 campioni) sia campi sperimentali (1.643 campioni). In particolare, il monitoraggio presso le aziende agricole ha fornito un quadro aderente alla realtà agricola nazionale, mentre quello relativo ai campi sperimentali appartenenti alla Rete di confronto varietale frumento duro ha permesso di effettuare un confronto dei dati, a parità di condizioni agronomiche applicate, sulla base delle tre principali variabili: anno di coltivazione, località e varietà. I livelli di DON determinati con metodo ELISA sono stati verificati anche per HPLC. Sulla base dei risultati ottenuti è possibile evidenziare la forte influenza soprattutto dell’ambiente di coltivazione e dell’andamento climatico. Si è riscontrato un diverso andamento nel grado di incidenza nell’accumulo di DON procedendo dalle zone del Nord verso quelle del Sud; negli areali meridionali in effetti, i valori di DON sono pressoché trascurabili. La valutazione del rischio di contaminazione deve tener infatti conto soprattutto dell’ambiente inteso come microareale e cioè delle caratteristiche pedo-climatiche proprie delle singole zone di coltivazione. La scelta varietale, in funzione non solo delle caratteristiche agronomiche ma anche dell’adattabilità all’ambiente di coltivazione, rimane uno degli aspetti più importanti al fine di ottenere una materia prima con caratteristiche di elevata qualità.

Gotta: ruolo dell’Alimentazione e Cure

Il ritorno della gotta: è questo il tema dell’ intervista al professor Carlo Maurizio Montecucco, ordinario di reumatologia all’università di Pavia e primario al policlinico San Matteo di Pavia, che potete vedere a fianco. Si tratta di una malattia delle articolazioni che deriva dalla deposizione di cristalli di acido urico. Questo, se eccessivamente presente nel sangue, porta forme acutissime di artrite; gli attacchi tendono a diventare sempre più frequenti fino a giungere a una forma di artrite cronica.

Quali sono i sintomi della gotta? Un attacco di artrite dolorosissima e improvvisa, a volte con febbre, solitamente all’articolazione alla base dell’alluce: problema che solitamente si risolve nel giro di qualche giorno.

ALIMENTAZIONE – Questi attacchi possono arrivare “di sorpresa”, solitamente di notte, ma a volte possono essere dovuti a eccessi alimentari o di bevande alcoliche (la birra in particolare), o a camminate molto stancanti che causano uno stress importante delle articolazioni. Alcuni cibi in particolare favoriscono la gotta: le carni rosse, i crostacei, i formaggi fermentati, ma anche gli alcolici, le bevande zuccherate che contengono fruttosio, grossi quantitativi di frutta.

La gotta è una malattia che si conosce fin dall’antichità, ma oggi è più frequente rispetto a 20-30 anni fa. Si sta diffondendo in particolare nei Paesi in via di sviluppo o di recente boom economico (come la Cina), dove l’alimentazione è fortemente cambiata negli ultimi decenni portando la percentuale di gottosi al livello di quella italiana.

Anche l’uso di alcune medicine può favorire l’iperuricemia (accumulo di acido urico).

La gotta, sottolinea Montecucco, è una malattia da cui si può guarire e la terapia segue due linee: prima è necessario far cessare gli attacchi acuti di artrite (con antinfiammatori) e quindi abbassare i livelli di acido urico nel sangue con l’allopurinolo, unico farmaco oggi disponibile in Italia. Con un’avvertenza: il trattamento con questo farmaco può portare a un intensificarsi degli attacchi per lo sciogliersi dei depositi di cristalli, dunque questa parte della terapia va integrata con antinfiammatori per almeno 3-6 mesi.

Il Tè Verde

In base alle recenti ricerche degli scienziati dell’Università di Newcastle, bere regolarmente il tè verde può prevenire lo sviluppo dell’ Alzheimer o di altre forme di demenza.

Lo studio pubblicato nel giornale “Phytomedicine” suggerisce anche che questo antico rimedio cinese può avere un ruolo fondamentale nel proteggere il corpo dal cancro.

Sotto la guida del Dott. Okello, il team del Newcastle si è posto l’obiettivo di sapere se le proprietà benefiche del tè verde – che sono presenti nella forma di infuso non digerito – fossero attive anche dopo la digestione.

La digestione è un processo vitale che fornisce al nostro corpo i nutrimenti necessari alla sopravvivenza. Ma il Dott. Okello afferma “anche se sappiamo che molti dei  cibi che mangiamo  hanno proprietà benefiche, non è detto che una volta digeriti tali proprietà vengano conservate”.

Il Dott. Okello del Dipartimento per lo Sviluppo Agricolo, Nutrizionale e Rurale dell’Universtà di Newcastle, spiega: “Ciò che è stato realmente entusiasmante di questo studio è che abbiamo verificato che quando il tè verde viene digerito dagli enzimi, le sostanze chimiche risultanti  sono in realtà più efficaci nel prevenire lo sviluppo dell’Alzheimer rispetto alla forma non digerita del tè”

“In più abbiamo scoperto che i componenti digeriti hanno proprietà anti-cancerogene che riducono in modo significativo la crescita delle cellule tumorali utilizzate nell’esperimento”

Come parte dell’esperimento, il team della Newcastle ha lavorato in collaborazione col Dott. Gordon McDougall del Consiglio  che si occupa del Controllo della Qualità dei Prodotti Agricoli e del Cibo all’Istituto Scozzese di Ricerca Agricola di Dundee, che hanno sviluppato una tecnologia che simula il sistema digestivo umano.

È questo che ha permesso al team di analizzare le proprietà protettive dei prodotti della digestione.

Due sono i componenti conosciuti come significativamente responsabili dello sviluppo del disturbo di Alzheimer – il perossido di idrogeno ed una proteina conosciuta come beta amiloide.

Studi precedenti hanno dimostrato che le sostanze conosciute come polifenoli, presenti nel te nero e verde, possiedono poprietà neuroprotettive, riuscendo a bloccare le sostanze tossiche e  proteggendo le cellule cerebrali.

Quando ingeriti, i polifenoli vengono scomposti per produrre un mix di sostanze che sono diventate oggetto della ricerca del team di Newcastle.

”E’ una delle ragione per le quali dobbiamo stare attenti quando facciamo affermazioni sui benefici  dei diversi cibi o integratori.”

“Esistono sicuramente sostanze che hanno qualità benefiche e siamo in grado di identificare i cibi che li contengono ma ciò che succede nel corso del processo digestivo è di fondamentale importanza per comprendere se questi cibi conservano a meno le loro proprietà”

Nell’esperimento condotto in laboratorio è stato utilizzato un modello di cellula tumorale.

Il team ha esposto tali cellule a varie concentrazioni di tossine e di sostanze derivate dalla digestione del tè verde.

Il Dott. Okello spiega: “ le sostanze derivate dalla digestione del tè hanno protetto le cellule sane impedendo alle tossine di distruggerle.

Abbiamo inoltre potuto verificare che tali sostanze hanno influito sulla crescita delle cellule tumorali, rallentandola in modo significativo.

Il tè verde è stato utilizzato nella medicina tradizionale cinese per secoli e ciò che abbiamo verificato spiega il motivo per cui può essere efficace rispetto ad alcuni dei disturbi che affrontiamo al giorno d’oggi”

Il prossimo passo sarà quello di scoprire se le sostanze benefiche vengano prodotte durante la digestione di soggetti umani volontari che ingeriscano i polifenoli del tè.