Daily Archives: febbraio 9, 2011

8 alimenti brucia grassi

E’ possibile aumentarela capacità brucia-grassi del vostro corpo mangiando più alimenti che rinforzano il fegato il principale organo che metabolizza i grassi.

Ci sono molti cibi che rafforzano il fegato, ma oggi vogliamo proporvene 8:

  • Verdure a foglia verde : spinaci, bietole, catalogna, cavolo nero e altre verdure a foglia verde (scuro) sono buone fonti di fibre e concentrati di nutrienti. Le ricerche dimostrano che la loro alta concentrazione di vitamine e antiossidanti aiuta a prevenire la fame, mentre proteggono da malattie cardiache, cancro, cataratta e dalla perdita di memoria.
  • Legumi: sono la migliore fonte di fibra di tutti gli alimenti. Contribuiscono a stabilizzare lo zucchero nel sangue mantenendoci regolari con le funzioni dell’organismo. Sono ricchi di potassio, un minerale essenziale che riduce la disidratazione e il rischio d’ipertensione e ictus.
  • Aglio  e cipolla: questo dinamico duo di alimenti contiene sostanze fitochimiche che suddividono i depositi di grasso nel corpo, ma che sono anche in grado di abbattere il colesterolo, debellare virus, batteri e funghi e di proteggere contro le malattie cardiache. Con l’aiuto di aglio e cipolla, si possono bruciare i grassi mentre si tengono lontane le malattie (e le persone, se esagerate).
  • Peperoncino: questa spezia riscaldante riduce il rischio di un eccesso d’insulina nel corpo, accelerando il metabolismo e abbassando i livelli della glicemia, prima che l’insulina in eccesso provochi depositi di grasso. Ravvivate il vostro prossimo pasto con del pepe di Cayenna e scioglierete le maniglie dell’amore.
  • Curcuma : la popolare spezia utilizzata soprattutto nella cucina indiana è una delle maggiori fonti note di beta-carotene, l’antiossidante che aiuta a proteggere il fegato dai danni dei radicali liberi. La curcuma aiuta anche a rafforzare il vostro fegato, mentre aiuta l’organismo a metabolizzare i grassi e diminuisce il tasso di grasso di stoccato nelle cellule epatiche. Aggiungete un cucchiaino di curcuma al vostro prossimo piatto di riso al curry, pollo o verdure, per aiutare il vostro organismo a combattere il grasso.
  • Cannella : i ricercatori del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti hanno dimostrato che da un quarto a un cucchiaino intero di cannella aggiunto al cibo aiuta a metabolizzare lo zucchero fino a venti volte meglio del cibo consumato senza la cannella, cosa che ci eviterà l’accumulo di ciccia. Prima di sorseggiare il tè al latte o mangiare il vostro muesli, allora, cospargeteli la cannella.
  • Semi di lino e olio di semi di lino: attirano le tossine solubili in olio che si accomodano nei tessuti adiposi del corpo. Una volta attratte, i semi e l’olio di lino aiutano a scortare fuori le tossine liposolubili. Sì, avete capito bene.

Uva passa o sultanina

Ebbene l’uva passa fa bene proprio a tutti! Non è soltanto un alimento comodo da portare con se ma è anche un’ ottimo alleato per coloro che praticano sport in quanto è un’ ottima riserva energetica che va dunque a favorire l’attività motoria.

Grazie alle proprietà contenenti all’interno come i carboidrati per dare al fisico posto sotto stress una maggiore energia ed il potassio per migliorare la prestazione favorita dalla presenza di glucosio utile soprattutto ad evitare i crampi.

Le sue proprietà nello specifico sono:

– proprietà depurativa;

– proprietà disintossicante;

– proprietà tonificante e ricostituente;

Inoltre la sua assunzione è ottima negli anziani perché combatte l‘ipertensione, l’arteriosclerosi, l’artrite e gotta. Inoltre è anche un ottimo lassativo e stimolante della diuresi. Insomma fa proprio bene a tutti!

I datteri

Il dattero è un alimento molto indicato nei casi in cui vi è necessità di energia immediata come quando si fa sport, si è in fase di crescita, in gravidanza e quando si devono affrontare sforzi fisici e mentali in genere. Va bene anche nelle carenze di minerali e vitamine in quanto contiene una buona quantità di sali minerali come potassio, ferro, fosforo, magnesio, calcio e altri in quantità minore come lo zinco, il rame e il manganese; contiene una buona dosa anche di vitamina A e B(B1, B2, e B6), quindi va bene anche in caso di anemia.
Il dattero contrasta anche i radicali liberi e l’invecchiamento naturale delle cellule e quindi aiuta anche nella prevenzione dei tumori. Risulta molto utile comunque in tutti i casi di affaticamento e debilitazione fisica, combatte la decalcificazione ossea e le infiammazioni a carico dell’apparato respiratorio. Il dattero può essere consumato sia fresco che essicato, ed è usato dai popoli arabi da sempre, addirittura ne hanno quasi una venerazione per questo frutto.

Il vaccino contro il virus dell’influenza A e rischio narcolessia nei ragazzi

Il vaccino contro il virus dell’influenza A ha effetti collaterali? Forse si: i ragazzi tra i 4 e i 19 anni vaccinati avrebbero maggiori probabilità di sviluppare i sintomi della narcolessia rispetto ai coetanei non immunizzati. Una tesi che ha basi solide: diversi casi di narcolessia sono stati registrati in 12 paesi del mondo, proprio in quei ragazzi che si erano sottoposti a vaccinazione contro la suina nel 2009. L’ipotesi, che si fonda su misure statistiche, deve però essere confermata. Prima di essere certi dell’esistenza di una correlazione è necessario aspettare l’esito degli accertamenti sulla natura dei casi.

Il ricercatori del comitato consultivo sulla sicurezza dei vaccini dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che hanno lanciato l’allarme, stanno ora effettuando gli approfondimenti necessari. Stando ai risultati delle ricerche svolte finora, i ragazzi vaccinati tra i 4 e 19 anni correrebbero un rischio di narcolessia fino a nove volte superiore rispetto ai coetanei non vaccinati. Le probabilità di sviluppare la malattia rimangono comunque molto basse (1 caso ogni 12mila). Non è stato invece registrato un aumento significativo del rischio nei bimbi con meno di 4 anni e negli adulti dai 20 anni in su.

 
Ulteriori indagini hanno indotto i ricercatori ad ipotizzare che dietro ai casi di narcolessia vi sia una forte componente ereditaria. In Finlandia sono stati registrati 22 casi: i ragazzi avevano in comune un genotipo “chiave”. Il vaccino potrebbe quindi avere effetti negativi e aumentare le probabilità di sviluppare la patologia nei soggetti geneticamente predisposti. A quanto pare, prima di avere un responso definitivo, dovremo aspettare fino al prossimo 31 agosto: data in cui il comitato si pronuncerà sulla questione.

Dolore alla pianta del piede

Un italiano su due soffre di dolori alla pianta del piede. Del resto, i piedi sono una parte molto importante del nostro corpo a cui spesso non si riserva proprio un trattamento di riguardo… soprattutto di questi periodi, quando con le basse temperature si presentano puntuali i geloni. Il dolore dell’avampiede, può essere provocato da una serie di fattori, solitamente, la causa più comune è lo sforzo eccessivo a cui sono sottoposte le ossa del metatarso. Il problema tende a ripresentarsi nel corso del tempo, perché sia gli antinfiammatori che i plantari non sempre sono la soluzione giusta.

Quando non si trova un rimedio efficace, il dolore si cronicizza e camminare diventa addirittura penoso. Inoltre, le scarpe con i tacchi alti o troppo strette in punta non fanno altro che aggravare la situazione. Senza contare che i clogs e le ballerine in pvc amatissimi dalle fashion addicted fanno male ai piedi. Cosa fare, allora, in caso di dolore alla pianta del piede? Prima di tutto, perché le cure risultino efficaci, è necessario raggiungere una diagnosi precisa.
 
Il percorso diagnostico inizia con le radiografie del piede sotto sforzo in stazione eretta e si analizza l’appoggio del piede con la baropodometria, l’esame computerizzato del passo, a cui segue l’esame clinico. Quando la diagnosi appare incerta, allora, è necessario un approfondimento diagnostico che chiarisce le cause di metatarsalgia.
 Il dolore, infatti, può essere dovuto al sovraccarico, ovvero, ad una pressione eccessiva nella zona dolente del piede, che causa un’infiammazione. L’esame computerizzato del piede viene usato proprio per tracciare la mappa delle pressioni, rivelando eventuali anomalie nell’appoggio del piede e dunque, un cedimento della volta trasversale del piede. In questo caso, l’arco del piede risulta appiattito o addirittura invertito. Lo stesso problema si presenta anche quando i metatarsi sono troppo lunghi. In questo caso si può intervenire con delle ortesi plantari, ma la soluzione definitiva è l’intervento chirurgico.
 
Ma il dolore alla pianta del piede, può essere causato anche da una frattura da stress, che coinvolge il secondo metatarso, il quale, essendo troppo lungo rispetto agli altri, si ripiega più e più volte fino a spezzarsi. Il dolore, infatti, non si percepisce da subito perché appare lentamente, man mano che l’osso si indebolisce. Alla fine il dolore diventa così forte che camminare diventa impossibile. In corrispondenza del metatarso fratturato compare anche un piccolo gonfiore, che il più delle volte sfugge alle radiografie. La frattura diventa evidente solo dopo qualche settimana, ma una diagnosi precoce è tuttavia possibile, grazie alla scintigrafia ossea.
 
Più difficile da individuare, invece, il neurone di Morton, una patologia infiammatoria dell’avampiede, che sfugge alle radiografie, alla ecografia e persino alla Rmn. I sintomi sono tipici: un dolore concentrato sotto l’avampiede che da la sensazione di un sassolino o di un chiodo, con il tempo a questo disturbo si aggiunge una sensazione di scossa elettrica e una e una riduzione della sensibilità del 3 e 4 dito. L’unica soluzione definitiva è l’operazione chirurgica.
 
Il dolore, può essere anche causato dall’alluce valgo, la cui deviazione fa si che il primo dito si appoggi sulle altre dita e le spinga lateralmente. Le articolazioni così vanno fuori posto e si lussano. L’ideale sarebbe intervenire chirurgicamente prima che il difetto limitato all’alluce diventi un problema anatomico a carico dell’intero avampiede.

Coltivare l’aglio in balcone

Le proprietà antisettiche dell‘aglio erano già note nell’antichità. Nel medioevo, infatti, i medici erano soliti utilizzare delle mascherine protettive imbevute di succo d’aglio per proteggersi dalle infezioni ed ancora oggi l’Allium sativum viene largamente utilizzato in cucina per via delle sue proprietà curative. Oltre ad essere un toccasana contro l’ipertensione, i parassiti, l’influenza, il raffreddore ed essere un ottimo antiossidante e antitumorale l’aglio è anche una pianta da coltivare facilmente nel nostro terrazzo o nel giardino di casa.

L’intero processo che va dalla semina alla raccolta è estremamente semplice e alla portata di tutti. L’importante è scegliere il tipo di aglio più adatto al nostro clima, piantarlo nel periodo giusto e conservarlo al meglio.

1. Scegliere il tipo di aglio da coltivare

L’aglio maggiormente coltivato nell’Europa meridionale è sicuramente l’Allium sativum una pianta perenne a radice bulbosa, ampiamente utilizzata nella cucina mediterranea per insaporire i cibi. In Italia crescono spontanee circa una trentina di specie tra cui  l’Allium vineale, l’Allium ursinum, l’Allium fragrans, l’Allium oreaceum; nel mondo se ne conoscono più di trecento specie con piante che vanno da poco più di una quindicina di centimetri sino al metro di altezza.

Tra le specie italiane più conosciute ci sono l’aglio di Caraglio, l’aglio bianco piacentino, l’aglio rosso di Sulmona, l’aglio bianco di Vessalico, l’aglio rosso di Nubia.

2. Piantare i bulbilli 

Una volta scelto il tipo di aglio bisognerà selezionare i bulbilli, comunemente ed impropriamente chiamati spicchi, che andranno messi a dimora. Potete acquistarli da fornitori specializzati o su internet ma è possibile ottenerne di ottimi anche dall’aglio che compriamo per cucinare; assicuriamoci soltanto che sia 100% biologico così da non contenere sostanze che ne impediscano la germinazione.

Questi andranno interrati a circa 3 cm di profondità avendo l’accortezza di non capovolgerli, lasciando quindi l’apice rivolto verso l’alto. I bulbilli andranno posti in file parallele distanti 25-40 cm tra loro e ad una distanza di 10-15 cm uno dall’altro.

Il periodo migliore per piantarli va da novembremarzo; in questo modo potremo disporre di aglio fresco in primavera nelle zone con clima temperato per i bulbilli piantati a novembre, mentre per quelli piantati a marzo in zone con clima più rigido avremo ottimo aglio da conservare.

La germinazione dei bulbilli avviene grazie alla riserva di nutrienti contenuta negli stessi, quindi più questi saranno grandi più  rapida sarà la loro germinazione. Vi consigliamo quindi di scegliere i più grandi per avviare la vostra coltivazione. Inoltre, ad incentivare il processo di germinazione concorre anche la temperatura: quella ottimale è intorno ai 15-20°C.

L’Allium sativum preferisce una posizione soleggiata e un terreno ben drenato: i bulbi, infatti, temono i ristagni d’acqua che, oltre ad impedirne il completo sviluppo, possono favorire la formazione di muffe e farli marcire.

L’Allium ursinum invece predilige una posizione di mezz’ombra ed un terreno più ricco di torba e ben umido.

3. Tagliare gli steli fiorali 

Generalmente si evita che l’aglio destinato ad un uso domestico vada in fiore, in quanto questo processo richiede un certo dispendio di energia e di nutrienti da parte della pianta, che vengono sottratti ai bulbilli. Quindi è consigliabile tagliare gli steli fiorali non appena in bocciolo.

Per altri tipi di aglio invece va detto che la fioritura è decisamente interessante ed ornamentale e la loro coltivazione produce delle bellissime inflorescenze dalla forma ad ombrello.

4. Raccogliere l’aglio

La raccolta dell’aglio è determinata oltre che dalla specie coltivata anche dalla temperatura ma in linea di massima possiamo dire che va effettuata quando le foglie sono quasi completamente secche. La pianta va estirpata e lasciata essiccare all’aperto per circa una settimana. Passato questo tempo è possibile prelevare i bulbi e ripulirli dalle tuniche esterne, dalle radici e dal fogliame. I bulbi possono essere riuniti tra loro intrecciando le foglie e creando così le caratteristiche trecce che tante volte abbiamo visto nei mercati.

Se nel periodo di raccolta le temperature sono o troppo basse o troppo alte rispetto alla media i bulbi potrebbero apparire di colore leggermente ambrati, ingialliti e essere umidi al tatto.

5. Pulire l’aglio

Lasciate essiccare le piante appena estirpate all’aperto, in un luogo ben soleggiato. Quando le tuniche esterne saranno ben essiccate, dall’aspetto cartaceo, potrete spazzolare le piante, rimuovere le foglie e tagliare le radici.

6. Conservare l’aglio

Il processo di conservazione dell’aglio è l’ultimo, ma non meno importante, passaggio della nostra coltivazione. Le condizioni ideali per una conservazione ottimale richiedono una temperatura compresa tra 16 e i 22 gradi con un livello moderato di umidità ed una buona circolazione d’aria, con una buona fonte luminosa ma sono da evitare i raggi diretti del sole.

Sconsigliamo di conservare i bulbi in buste di plastica in quanto queste impediscono un buon ricambio d’aria e fanno aumentare l’umidità che porta l’aglio a marcire velocemente. Anche il frigorifero non è un buon posto in quanto le basse temperature accelerano il processo di germinazione.

Se conservati alle giuste condizioni i bulbi possono durare anche per 6-7 mesi.

Le stufe a legna possono rappresentare un problema per la nostra salute.

Soprattutto se non sottoposte alla giusta manutenzione possono rappresentare un fattore scatenante per la comparsa di malattie cardiache e di tumori. Lo sostiene uno studio condotto dall’Università di Copenaghen recentemente pubblicato sulla nota rivista di settore “Chemical Research in Toxychology”. Le stufe a legna producono infatti delle particelle invisibili, conosciute sotto il nome di “particolati” che se respirate provocano al nostro organismo lo stesso effetto che scaturirebbe dalla respirazione di gas di scarico delle automobili e delle centrali elettriche. Va da se che l’inalazione di particolari fumi come quelli sopracitati metterebbe a dura prova il nostro apparato respiratorio, sottoponendolo ad uno stress eccessivo e pericoloso. Un pericolo che sale esponenzialmente, come già accennato, se la manutenzione della stufa non viene effettuata con regolarità ed i filtri non risultano essere più che funzionanti. Secondo i ricercatori dell’università scandinava il particolato prodotto dalle stufe a legna è un vero e proprio “ killer silenzioso”. Questo perché la sua composizione è così fine che se inalato, è in grado di raggiungere le parti più remote dei polmoni. Un pericolo che non veniva calcolato inizialmente dalla maggior parte dei pneumologi: le ricerche condotte in passato infatti avevano evidenziato con dovizia di particolari i problemi causati dal traffico e dalle scorie emesse dalle centrali elettriche a carbone, sottolineando il collegamento tra le stesse e le più comuni malattie cardiache, al cancro, all’asma ed alla bronchite. Spiega il ricercatore Steffen Loft che ha coordinato la ricerca: Le particelle che provengono dal fumo della legna possono certamente causare malattie cardiache o polmonari letali. Le cellule umane esposte alle particelle hanno subito un danno nel Dna e sono mutate significativamente. Questi effetti sono paragonabili a quelli delle particelle emesse dal traffico.

A tal proposito, il team di scienziati di Copenaghen consiglia di utilizzare sempre della legna secca e tagliata in piccoli pezzi, garantendo l’arieggiamento dell’ambiente, in modo tale da ridurre l’emissione del particolato ai minimi termini. Soprattutto se in casa vi sono persona affette da asma e altre patologie correlate

Frutta e Verdura contro il Reflusso Gastroesofageo

La Malattia da Reflusso Gastroesofageo consiste in un insieme di disturbi causati dalla risalita anomala di succhi gastrici dallo stomaco all’esofago. Questo reflusso si verifica anche in soggetti sani, purché entro certo limiti. Quando, però, il fenomeno diventa troppo frequente oppure gli acidi e i succhi gastrici risaliti nell’esofago vi restano troppo a lungo, si presentano i sintomi e le complicazioni che caratterizzano questa patologia. La malattia da reflusso gastroesofageo colpisce indifferentemente individui di entrambi i sessi, con un’incidenza che tende ad aumentare con l’avanzare dell’età, soprattutto dopo i 40 anni.

Le cause di questa patologia non sono del tutto note. Uno dei meccanismi che ne favoriscono l’insorgenza è rappresentato dall’alterato funzionamento del cardias, una valvola che congiunge stomaco ed esofago e che, normalmente, resta chiusa e contratta per impedire la risalita dei contenuti gastrici verso l’esofago, aprendosi solo per consentire la discesa del cibo verso lo stomaco. Altro elemento correlato a questa malattia è la presenza di un’ernia iatale, che consiste nella risalita di una porzione dello stomaco nel torace attraverso un foro del diaframma. Questa particolare condizione anatomica è spesso presente negli individui affetti dalla malattia da reflusso gastroesofageo, ma esistono anche numerosi soggetti che, pur in presenza di un’ernia iatale, non lamentano alcun sintomo specifico. Tra i fattori di rischio, vanni annoverati un’alimentazione squilibrata, l’obesità, l’elevato consumo di alcolici e il fumo.

Dal momento che l’esofago è privo di sistemi di protezione contro le sostanze acide, la risalita delle stesse provoca l’irritazione dell’epitelio dell’esofago, che causa una sensazione di bruciore che sale dalla bocca dello stomaco fino alla parte posteriore dello sterno, nota anche come “pirosi”. Altro sintomo caratteristico di questa patologia è rappresentato dal rigurgito, ovvero dal ritorno in gola di quanto proviene dallo stomaco, che differisce dal vomito in quanto non è associato alla nausea né preceduto da contrazioni addominali. Pirosi e rigurgiti si presentano soprattutto dopo pasti molto abbondanti, e sono favoriti dalla posizione supina. I soggetti affetti da questo disturbo possono anche andare incontro a mal di gola, tosse cronica, raucedine, asma bronchiale, significativo aumento della salivazione. Gli esami diagnostici maggiormente utilizzati per riconoscere questa patologia sono la gastroscopia, che consente di rilevare la presenza di un’ernia iatale o di un esofagite, la pH-metria, grazie alla quale si può misurare la quantità di acido che risale dallo stomaco verso l’esofago nell’arco di 24 ore, e la manometria esofagea, eseguita per valutare l’alterazione del funzionamento del cardias.

Per curare questa patologia, si fa normalmente ricorso a farmaci che bloccano la produzione di acido nello stomaco. Quelli maggiormente utilizzati sono i cosiddetti “inibitori della pompa protonica“, capaci di bloccare il meccanismo di secrezione di acido cloridrico nello stomaco, in modo da alleviare o eliminare del tutto i sintomi. Il trattamento farmacologico non agisce sulle cause della malattia, per cui è spesso necessario assumere i medicinali per un lungo periodo, in alcuni casi per tutta la vita.

Alimentazione e Stile di Vita

Per prevenire la patologia e ridurre i sintomi, occorre seguire una dieta equilibrata e alcune semplici regole alimentari e comportamentali, mantenendo uno stile di vita salutare. Pertanto, le prime misure da prendere in caso di malattia da reflusso gastroesofageo sono le seguenti: •smettere di fumare; •evitare le bevande alcoliche ad alta gradazione e ridurre il consumo di vino; •evitare di coricarsi immediatamente dopo i pasti; •rialzare di alcuni centimetri il capezzale del letto per ridurre il rischio di reflusso durante il sonno; •evitare cinture ed abiti molto stretti in vita.

Per quanto riguarda la dieta, ci sono cibi da evitare, tra i quali annoveriamo: •cibi piccanti; •cibi fritti; •caffè; •pomodori; •agrumi.

Meglio optare per pasti piccoli e leggeri, a base di frutta e verdura, da ripetere più volte nel corso della giornata, piuttosto che concedersi pasti pesanti. Infine, è opportuno praticare regolarmente dell’attività fisica, ma in modo non troppo intenso e avendo cura di evitare sforzi subito dopo i pasti.

Anemia combatterla con l’alimentazione

Con il termine “Anemia” si intende quella condizione contraddistinta dalla diminuzione della quantità di emoglobina presente nell’organismo. L’emoglobina è una proteina contenuta nei globuli rossi che ha il compito di trasportare l’ossigeno a tutti i tessuti del corpo tramite la circolazione per garantire il corretto funzionamento dei vari organi. L’anemia rappresenta una condizione clinica comune a molte patologie. È piuttosto frequente, visto che colpisce dal 2 al 10% della popolazione occidentale e un numero ancora più vasto di individui nei Paesi in via di sviluppo. Ne sono interessate le persone più anziane, e le donne in misura maggiore rispetto agli uomini (quasi il doppio).

Le cause che possono determinare una diminuzione della produzione di emoglobina sono numerose.

Tra quelle più frequenti, ricordiamo:

•alcune malattie genetiche o malattie croniche quali insufficienza renale, artrite reumatoide, tumori;

carenza di ferro, provocata da cattiva nutrizione o da scarso assorbimento di questo sale minerale nell’intestino e nello stomaco;

apporto insufficiente di vitamina B 12 e di acido folico;

•accentuata fragilità dei globuli rossi, che vengono eliminati rapidamente dall’organismo per motivi genetici o per un’anomala attivazione del sistema immunitario;

perdite di sangue molto abbondanti, in seguito ad emorragie acute o croniche;

•intolleranza congenita ad alcuni farmaci, con conseguente autodistruzione di globuli rossi;

disturbi della coagulazione del sangue;

alcolismo;

ipotiroidismo.

I sintomi principali dell’anemia sono i seguenti: •pallore delle pelle, con diminuzione del colorito usuale di labbra, gengive e palmi delle mani, provocato dall’apporto insufficiente di ossigeno ai tessuti; •debolezza e immediato affaticamento in casi di sforzi; •mal di testa persistente; •vertigini; •confusione e difficoltà nella concentrazione.

Nel caso in cui l’anemia non venisse diagnosticata e trattata adeguatamente, si può andare incontro a complicanze, tre le quali il deterioramento di alcuni organi per la carenza di ossigenazione, la comparsa di tachicardia o aritmia (con il rischio, in determinate circostanze, di ictus o infarti) e alterazioni delle funzioni mentali.

Per diagnosticare l’anemia, il medico valuta la storia clinica del paziente, effettua una visita generale e valuta i risultati forniti dall’esame emocromocitometrico per poter quantificare il numero di globuli rossi presenti nel sangue e la quantità di emoglobina totale. Per stabilire il tipo di anemia e le sue cause, occorrono ulteriori analisi, come ad esempio la ricerca di sangue occulto nelle feci per accertare l’eventuale presenza di emorragie che interessano il tratto gastrointestinale, oppure il prelievo di materiale dal midollo osseo.

Il trattamento dell’anemia differisce a seconda delle cause che ne hanno determinato l’insorgenza. Il medico decide se il paziente deve seguire un regime alimentare specifico, assumere gli integratori più indicati per la sua condizione oppure far ricorso a farmaci per trattare la patologia responsabile dell’anemia. Nelle anemie dovute a carenza di ferro, che rappresentano la forma più comune, occorre anzitutto rimuoverne la causa. Quindi, se l’anemia è dovuta a perdite di sangue, è necessario bloccare la fonte del sanguinamento o fare in modo da ridurre le perdite ginecologiche. In seguito, al paziente vengono prescritti preparati farmacologici contenenti ferro. Nelle anemie dovute a carenza di vitamine del gruppo B o di acido folico vengono somministrate compresse o iniezioni che contengono le sostanze in questione. Le forme più gravi di anemia, dovute all’insufficiente produzione di globuli rossi o a qualche forma di tumore, prevedono interventi terapeutici più delicati, come trapianto di midollo osseo, trasfusioni di sangue e chemioterapie.

Alimentazione Una dieta completa e bilanciata è essenziale per prevenire e curare diverse forme di anemia. Alcune categorie di individui, in particolare i bambini e le donne con abbondanti mestruazioni, devono assumere molto ferro attraverso l’alimentazione, dunque consumare buone quantità di carni rosse, verdure a foglie verdi, fagioli, piselli e cereali integrali. Fondamentale anche un buon apporto di vitamina C, sostanza che favorisce l’assimilazione del ferro, e di acido folico, presente nella frutta, nella verdura, nei latticini e nella carne.

Quando lo stress fa ammalare davvero

Lo stress e i ritmi accelerati

Uno stile di vita, un gruppo di malattie. Benché sembri un beffardo slogan, questa espressione ben riassume un fenomeno che gli studi di medicina psicosomatica stanno sempre più confermando. È accertato da tempo che lo stress predispone l’organismo a una generica “maggiore possibilità di ammalarsi”, ed è ormai sempre più evidente che un particolare modo stressante di vivere, di percepirsi, di relazionarsi e di organizzare il tempo, favorisce di più l’insorgenza di alcune patologie rispetto ad altre.

Fra i tipi di stress che logorano maggiormente c’è senz’altro la fretta. Per molti non è qualcosa di sporadico, che si attiva – come è naturale che sia – in situazioni specifiche di ritardo per poi disattivarsi una volta che l’appuntamento o l’evento siano stati superati; lo stress è diventato un abito esistenziale, la fretta una costante, presenti entrambi per quasi tutto il tempo della giornata.

Sempre di corsa, lo stress è in agguato

A volte lo stress si esprime come sensazione di essere in ritardo anche quando non ci sono orari particolari da rispettare; altre volte ci fa immergere in un vortice di iperattività senza sapere bene perché si va così veloci; e altre ancora si manifesta con l’incapacità di prendersi pause o di rallentare perché ci si sente subito in colpa, anche se non c’è motivo. La frustrazione per non riuscire ad afferrare il futuro è ingigantita dall’impossibilità («Non c’è tempo!») a elaborare il passato.

Le cause dell’instaurarsi di questa forma di stress sono molteplici e vanno da una marcata incapacità di organizzare il tempo, a un disturbo d’ansia, dalla paura dei momenti “vuoti” al timore del giudizio, all’insicurezza, al senso di inadeguatezza. In tutti i casi lo stress va superato perché, se dura troppo a lungo, il corpo farà sentire il suo disagio, in particolare attraverso uno o più sintomi fra quelli indicati nella tabella sottostante.

Vita frenetica, sintomi conseguenti

Ecco i tipi di stress più frequenti. Accanto ad ognuno è specificato il sintomo che favorisce con maggiore probabilità.

Tipo di stress                                                     Cosa rischi

Eccesso di velocità mentale                                  Dermatite seborroica

Incapacità di cambiare marcia                              Problemi alla tiroide

Senso di costante ritardo                                     Tensioni muscolari

Perdita degli orari fisiologici                                 Disturbi del ritmo cardiaco

(sonno, pasti, riposo)

Continuo controllo dell’orologio                            Ipertensione arteriosa

Pensieri ossessivi                                               Disturbi del sonno

Voler essere in anticipo                                       Disturbi d’ansia

I consigli: rallenta i tuoi ritmi poco a poco

Prima di sottoporti a una psicoterapia, a trattamenti corporei antistress o a tecniche di rilassamento, è fondamentale ridurre il senso di fretta allentando un poco il ritmo di impegni, altrimenti saranno fonte di ulteriore stress.

Sii graduale

Un corpo che da mesi e anni vive lo stress come uno stile di vita, non può abbandonarlo di colpo: i sintomi aumenterebbero. Inserisci cambiamenti graduali e progressivi nella tua settimana, con decisione ma… senza fretta.

Sii realista

La fretta spesso nasce da un errore tecnico di organizzazione o dalla scarsa conoscenza dei propri limiti e risorse. Prova a stilare una scaletta della giornata e della settimana che sia calibrata su un maggiore senso di realtà e che non preveda la necessità di andare al massimo.

Mini-test

Chi da tempo è immerso nella fretta non se ne accorge quasi più. Capirlo però è semplice: prova a fermarti, in un momento qualsiasi della giornata lavorativa, per cinque minuti. Se provi un senso di disagio, di tensione o di colpa, sei “malato” di fretta.