Daily Archives: febbraio 14, 2011

Guardare il proprio corpo è analgesico. La visione ingrandita del corpo influisce sulla percezione del dolore

Uno studio dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e della University College of London, pubblicato su Psychological Science, ha dimostrato che guardare il proprio corpo durante un’esperienza dolorosa è analgesico. La ricerca è stata condotta su volontari sani a cui sono state testate le soglie del dolore provocato da un oggetto caldo. E’ stato inoltre scoperto che vedere il proprio corpo come più grande aumenta ulteriormente l’analgesia. Questi risultati dimostrano che c’è un legame tra come percepiamo il nostro corpo e il dolore. Guardare il proprio corpo riduce il dolore. È il risultato di uno studio condotto presso la University College of London da Flavia Mancini, dottoranda del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, e pubblicato su Psychological Science. Contrariamente a quanto si possa pensare, osservare il proprio corpo durante un’esperienza dolorosa può ridurre il dolore percepito. Se poi il corpo viene ingrandito con un ‘trucco’ visivo, come hanno fatto gli scienziati utilizzando uno specchio, il dolore si riduce ulteriormente. «L’immagine del nostro corpo creata nel cervello ha un forte effetto sul livello di dolore percepito- dice Flavia Mancini, prima autrice dello studio svolto in team con altri ricercatori-. Non solo, guardare il nostro corpo, ma anche come questo ci appare, influenza il dolore». «Si tratta di un risultato importante perché aumenta le nostre conoscenze sul “dolore”- afferma Giuseppe Vallar, docente di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e tutor dell’autrice insieme alla Professoressa Emanuela Bricolo-, nella sua relazione con altri sistemi sensoriali, quali la vista. Va inoltre sottolineato che si tratta di una scoperta che può avere importanza clinica e applicativa» L’esperimento, finanziato dal Biotechnology and Biological Sciences Research Council (BBSRC), ha coinvolto 18 volontari a cui sono state testate le soglie del dolore, ovvero quanto caldo deve essere uno stimolo per essere percepito come doloroso. Gli scienziati hanno studiato se le soglie variassero a seconda del contesto visivo, scoprendo che uno stimolo deve essere circa 3 °C più caldo per essere percepito doloroso quando si guarda la mano rispetto ad un oggetto. Con l’aiuto di specchi, è stata cambiata la grandezza percepita della mano. Quando si vede la mano come più grande si sente meno dolore, quando si vede la mano come più piccola si sente più dolore rispetto che a grandezza naturale. «Questi risultati- commenta Flavia Mancini – suggeriscono un’interazione tra aree del cervello che elaborano la vista e il dolore. La dimensione visiva del nostro corpo è in grado di modulare queste interazioni». L’esperimento, condotto in collaborazione con Matthew R. Longo, Marjolein P.M. Kammers e Patrick Haggard, dell’Institute of Cognitive Neuroscience, University College of London, è stato ripreso e trasmesso dalla BBC TV e radio (guarda il video). «Di solito si consiglia ai bambini di non guardare durante un prelievo di sangue. Abbiamo tuttavia scoperto che guardare al corpo è analgesico. Il mio consiglio è dunque di cercare di tentare di evitare di guardare l’ago, ma guardare il proprio corpo se possibile» spiega Prof. Patrick Haggard, University College of London. «Le terapie psicologiche per il dolore si rivolgono generalmente alla sorgente del dolore, insegnando ad esempio tecniche di distrazione – afferma Flavia Mancini-. Il nostro studio mostra che è importante considerare anche il contesto in cui avviene il dolore, ovvero il nostro corpo. Questa scoperta potrebbe far avanzare lo sviluppo di trattamenti clinici per il dolore”. Flavia Mancini, ventisettenne di Milano, è laureata in psicologia. Attualmente si trova a Londra nell’ambito del dottorato di ricerca che sta svolgendo in Psicologia Sperimentale, Linguistica e Neuroscienze Cognitive presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. (fonte www.microscopionline.it)

Ficus carica e mal di pancia

Ficus carica contiene molte vitamine e minerali che aiutano a combattere l’iperacidità, i bruciori di stomaco e gastrite

Il Ficus carica elimina infiammazioni e acidità

Ficus carica, nome botanico che definisce la comune pianta di fico, è un alleato fondamentale per la salute del nostro stomaco. Dal punto di vista chimico l’attività calmante e disinfiammante del Ficus carica è da attribuirsi agli enzimi digestivi presenti nelle gemme, con cui si prepara il macerato glicemico impiegato in fitoterapia. Ficus carica contiene anche composti di mucillagini, vitamine A, B, B2, PP, C e minerali come ferro, calcio, cromo e magnesio, elementi preziosi per tonificare le attività digestive e metaboliche.

Ficus carica funziona anche contro i disturbi gastrici di origine emotiva

Il Ficus carica agisce nella parte alta dell’apparato digerente e in particolare nello stomaco, di cui regola la motilità e la secrezione, anche nei disturbi che hanno origine da stress e fattori emotivi. Nel caso di reflusso gastroesofageo Ficus carica normalizza le contrazioni dello stomaco, migliora la tenuta del cardias (la valvola che mette in collegamento l’esofago e lo stomaco e si trova sotto il diaframma), attenua l’iperacidità e allevia i bruciori.

Il macerato glicemico del Ficus carica è utile anche nelle manifestazioni psicosomatiche che si riflettono a livello gastrointestinale, soprattutto se sono correlate ad acidità di stomaco, gastriti, ulcere duodenali, disfagie; inoltre favorisce la cicatrizzazione dell’ulcera e contribuisce a regolarizzare la secrezione del succo gastrico.

Come assumere Ficus carica

Assumere 40 gocce di macerato glicemico di Ficus carica (I DH) 3 volte al giorno mezz’ora prima dei pasti in poca acqua. La cura dovrà proseguire per un mese e può essere ripetuta a scopo preventivo al cambio di stagione.

Oltre al macerato glicemico di Ficus carica, chi soffre di disturbi gastrici può anche sfruttare le virtù antinfiammatorie dei fichi secchi. Se lo stomaco è dolente, fai sobbollire un fico secco per 10 minuti in una tazza d’acqua e devila tiepida.

Associa Ficus carica al Ribes nigrum contro i virus gastrointestinali

Il Ficus carica viene spesso associato ad altri gemmoterapici che ne esaltano l’azione terapeutica al livello dello stomaco. Un abbinamento classico è quello con il gemmoderivato di Ribes nigrum. Quest’ultimo è uno stimolante surrenalico e antinfiammatorio naturale che svolge un’azione protettiva specifica sulle mucose dello stomaco. È utile come coadiuvante nelle gastriti, coliti e disfagie e soprattutto per curare i disturbi virali gastrointestinali, che spesso hanno complicanze respiratorie. Se prendi sia Ficus carica che Ribes nigrum, bevi 20 gocce di ogni gemmoderivato per 2 volte al giorno. (fonte www.riza.it)

Trattamenti del latte

Diamo un’occhiata a cosa sono e come vengono fatti i trattamenti al latte.

Il latte alimentare destinato al consumo umano diretto deve aver subito, in un’impresa che tratta il latte, almeno un trattamento termico ammesso (legge n. 169 del 1989) che abbia lo scopo di ridurre e/o eliminare gli agenti patogeni e quelli responsabili di eventuali alterazioni al latte, garantirne la sicurezza e migliorarne la conservabilità.

Ci sono due principali processi di trattamento termico:

La Pastorizzazione E’ il trattamento termico in flusso continuo per almeno 15 secondi a temperatura inferiore al punto di ebollizione ma superiore ai 72 °C, idoneo ad assicurare la distruzione di tutti i microrganismi patogeni e di parte rilevante della flora microbica saprofita, con limitate alterazioni delle caratteristiche chimiche, fisiche e organolettiche. Non è una sterilizzazione del latte, ma un suo risanamento dai microrganismi patogeni (es. Mycobacterium tubercolosis, Brucella abortus) che tende a ridurre al minimo l’alterazione delle caratteristiche organolettiche e nutritive del prodotto. C’è una Pastorizzazione Bassa LTLT che è il trattamento del latte a 63°C per 30 minuti, ed una Pastorizzazione alta HTST, dove il latte è generalmente trattato ad una temperatura di 121°C per 2-4 secondi, garantendo una più efficace inattivazione delle specie microbiche e degli enzimi. Sono maggiormente intaccate le componenti organolettiche e nutrizionali del prodotto

La Sterilizzazione E’ il trattamento termico idoneo ad assicurare la distruzione di tutti i microrganismi presenti nel latte o che ne impedisca definitivamente la proliferazione. La sterilizzazione ha come obiettivo la distruzione totale dei microrganismi in forma vegetativa, patogeni e non patogeni, e delle spore, in maniera tale da consentire di ottenere un prodotto sicuro e che possa conservarsi a lungo. Il latte veniva riscaldato, in contenitori ermeticamente chiusi, a 118-120°C per 15-20 minuti. La salita e la discesa della temperatura erano progressive e lente. Oggi giorno con la sterilizzazione UHT (Ultra High Temperature) si espone il latte ad elevate temperature per un breve periodo di tempo, tale da permettere di ottenere un latte sterilizzato le cui modifiche nutrizionali ed organolettiche sono contenute rispetto alla sterilizzazione classica. La sterilizzazione UHT si ottiene tra i 140-150 °C per 1-5 secondi in flusso continuo. L’effetto conservativo sul latte viene potenziato dal fatto che il confezionamento del prodotto avviene in maniera asettica e con l’utilizzo di contenitori in grado di preservarne la qualità e l’igiene.

C’è anche da dire che il latte industriale subisce anche altri pre-trattamenti, cioè dei processi che vengono effettuati negli stabilimenti di lavorazione del latte generalmente prima del trattamento termico vero e proprio o, in alcuni casi, durante i processi successivi, allo scopo di eliminare eventuali impurità macroscopiche, ridurre il tenore in germi, standardizzare il tenore in grasso, omogenizzare il prodotto. Per esempio la centrifugazione, che elimina parte delle impurità solide che non vengono trattenute dai sistemi di filtrazione presenti negli impianti dell’allevamento e dello stabilimento di trattamento. Il latte è sottoposto ad una forza centrifuga tale da sedimentare e separare le particelle più pesanti (sporcizia e parte delle cellule somatiche). Questo processo effettuato a una temperatura di 55°C circa, per mezzo di una centrifuga scrematrice serve a separare la panna. Poi c’è l’omogeneizzazione, un processo che consente di frantumare, in appositi apparecchi detti “omogeneizzatori”, i globuli di grasso del latte, disperdendoli in modo uniforme nella massa liquida. L’omogeneizzazione è un trattamento, puramente meccanico, che consiste nel far passare il latte a forte pressione attraverso fori strettissimi (come illustrato qui a fianco).

Ed ecco in base al trattamento subito, le diverse categorie di latte alimentare presenti in commercio:

Latte pastorizzato La data di scadenza è fissata nel sesto giorno successivo a quello del trattamento termico.

Latte fresco pastorizzato Prodotto da latte crudo che abbia subito un solo trattamento termico entro 48 ore dalla mungitura. Presenta una reazione negativa al saggio della fosfatasi e positiva a quello della perossidasi. La data di scadenza è fissata nel sesto giorno successivo a quella del trattamento termico.

 Latte fresco pastorizzato di alta qualità Secondo il Decreto Ministeriale 185 del 1991, è prodotto da latte che non ha subito nessuna sottrazione delle sue componenti naturali. Deve essere confezionato entro 48 ore dalla mungitura. Presenta una reazione negativa alla prova della fosfatasi alcalina e positiva a quella della perossidasi. Fino al momento della vendita deve essere mantenuto a temperatura inferiore ai 6°C ed essere consumato entro il sesto giorno successivo a quella del trattamento termico.

Latte pastorizzato microfiltrato Il Decreto del ministero della salute 17 giugno 2002 autorizza il processo della microfiltrazione nella produzione di latte alimentare. Il Decreto legge giugno 2004 vieta l’utilizzo della denominazione “Fresco” per il latte microfiltrato. E’ prodotto da latte crudo sottoposto ad un processo di microfiltrazione abbinato al trattamento termico. A regime refrigerato è garantito un tempo di conservazione più lungo rispetto al normale latte pastorizzato in quanto la microfiltrazione allontana cellule e parti cellulari responsabili di processi degradativi. La data di scadenza è fissata al 10 giorno successivo alla produzione. Quello della microfiltrazione è un metodo di allontanamento fisico, non selettivo, delle impurità microscopiche del latte. Si ottiene facendo passare il latte attraverso filtri di materiale ceramico inerte. Le maglie filtranti presentano pori di diametro di circa 1,0µ (vedi illustrazione a fianco) inferiori alle dimensioni della quasi totalità dei microrganismi e delle cellule somatiche presenti nel latte. La pressione transmebrana è compresa tra 1 e 1,2 bar. (D.M. del 17.06.2003).

Latte pastorizzato a temperatura elevata E’ un latte trattato con temperatura più elevata rispetto alla pastorizzazione classica. E’ un processo ormai obsoleto. I fenomeni alterativi avvengono più lentamente grazie alla maggiore efficacia nella distruzione dei microrganismi. Presenta una vita commerciale superiore al latte pastorizzato classico. Deve essere venduto sotto la dicitura “latte pastorizzato a temperatura elevata”.

Latte UHT a lunga conservazione E’ un latte sterile dal punto commerciale, fosfatasi e perossidasi negativo, può essere conservato a temperatura ambiente e consumato preferibilmente entro 90 giorni dal confezionamento.

Latte sterilizzato Ha subito un processo di sterilizzazione dopo il confezionamento. Anche questo è un processo obsoleto ed in disuso. Tempo di conservazione fissato preferibilmente al 180° giorno dal confezionamento.

Latte ad alta digeribilità Latte a contenuto di lattosio ridotto a circa il 2,5 %. Viene utilizzato dai soggetti intolleranti al lattosio. E’ ottenuto tramite la lisi enzimatica del lattosio in galattosio e glucosio. Deve essere conservato a temperatura di refrigerazione poiché tende ad imbrunire. E’ leggermente più dolce del latte normale. Viene confezionato come il latte U.H.T.

Latte probiotico Viene addizionato dopo la pastorizzazione con colture di fermenti lattici probiotici (Bifidobacterium spp. E Lactobacillus acidophilus).

Latte fortificato Prevede l’aggiunta di calcio, vitamine, ferro e altri sali minerali.

Latte Omega 3 Prevede l’aggiunta di acidi grassi Omega 3, che non esistono naturalmente nel latte.

Latte aromatizzato Latte addizionato con aromi naturali o altri aromi. Vengono sottoposti a trattamento U.H.T. Nel processo produttivo è spesso utilizzato l’amido come stabilizzante.

Latte in polvere per lattanti e di proseguimento Prodotti interamente con proteine di latte vaccino in polvere o liquido. Il latte in polvere è ottenuto per disidratazione di latte parzialmente o totalmente scremato, dalla crema o da una miscela di latte. Il contenuto in acqua non deve essere superiore al 5% del peso sul prodotto finito. (fonte http://www.scienziatodelcibo.it/)

Veganic!

La carne fa male. Vero o falso? Diffidare del latte. Vero o falso? E come si assume la famigerata Vitamina B12?

Michele Riefoli, attraverso un libro e un sito, risponde a queste e molte altre domande

Nel campo della nutrizione siamo tutti vulnerabili; è qualcosa che ci riguarda profondamente e su cui, dunque, è più facile per i media fare leva per trarne un guadagno in termini di visibilità e denaro. In questa masnada di informazioni si rischia di perdere qualcosa di fondamentale: la consapevolezza alimentare. Noi pensiamo che sia importante non farsi travolgere, sviluppare uno spirito critico e continuare ad ascoltare il proprio corpo. Per questo andiamo a cercare con il lanternino chi difende a spada tratta il concetto di consapevolezza alimentare. Cercando, abbiamo trovato un movimento che sta prendendo piede, tramite un libro e un sito (e anche grazie alle dichiarazioni della cantante Anna Oxa), che si identifica con un’unica semplice parola composta: VegAnic. Cos’è VegAnic VEG sta per vegetale. E ci fa venire in mente un’alimentazione che esclude parzialmente (vegetarianesimo) o totalmente (veganesimo) prodotti di origine animale. ANIC invece è l’acronimo di Alimentazione Naturale Integrale Consapevole. Ma andiamo per gradi, anzi, per aggettivi. “Naturale” e “Integrale” fanno riferimento alla qualità delle categorie di alimenti da introdurre secondo questo sistema; “Consapevole” ovvero bilanciata, concreta, vicina alle esigenze nutrizionali dell’uomo. Il modello nutrizionale VegAnic è stato ideato dal Dr. Michele Riefoli, laureato in Scienze Motorie, insegnante, ideatore del Metodo Ecologia dell’Organismo® di educazione alla salute naturale. Studioso da più di 25 anni di meccanismi fisici e mentali, è membro della SSNV (Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana), dell’UNC (Unione Nazionale Chinesiologi), e del direttivo nazionale CONACREIS (Coordinamento Nazionale Associazioni e Comunità di Ricerca Etica, Interiore e Spirituale). Riefoli ha recentemente pubblicato il nuovo libro Mangiar Sano e Naturale interamente dedicato all’alimentazione VegAnic. Impostato su un approccio che fonde l’aspetto nutrizionale e quello energetico, il libro tocca diversi punti interessanti, in particolare: – Affronta “a viso aperto” molti miti su cui si basa l’alimentazione moderna; – Descrive il metodo di osservazione dei “Campanelli d’allarme”, tecnica percettiva necessaria per recuperare l’istinto, quella dote attraverso cui individuare se un alimento ci fa davvero bene o male, se lo introduciamo per inerzia, pigrizia, assuefazione o perché il corpo lo richiede davvero; – Analizza l’impatto delle nostre scelte alimentari sull’ecologia, l’economia e l’etica sia nei confronti degli esseri umani che degli animali, chiarendo il punto di vista dell’autore circa il rapporto che esiste fra evoluzione della coscienza ed alimentazione. Regole generali del sistema VegAnic Ma vediamo più nel dettaglio come si articola questo modello nutrizionale. Oltre a consigliare l’uso abituale di prodotti freschi, il sistema VegAnic evidenzia l’importanza di utilizzare, anche se moderatamente, una quota di cereali (farro, riso, frumento, orzo, avena, segale, granturco, miglio, ecc.) e dei legumi in chicco (ceci, lenticchie, soia verde, grano saraceno, fagiolini, piselli, fagioli, ecc.), assunti a rotazione fra loro, nell’alimentazione quotidiana. Tra gli altri alimenti consigliati, via libera a: frutta fresca dolce, matura e di stagione, verdure fresche (foglie, gambi, tuberi, frutti non dolci, fiori, radici, bulbi, erbe aromatiche), semi e frutti oleaginosi (mandorle, nocciole, noci, semi di girasole, semi di zucca, semi di sesamo, pinoli), non tostati e non salati, in moderate quantità. Per insaporire: erbe aromatiche, olio di condimento dopo la cottura, succo di limone fresco, alghe marine in piccola quantità. (fonte www.cure-naturali.it)

Il tè rosso

Un rimedio semplice e naturale per combattere l’invecchiamento? Il tè rosso!  Da uno studio effettuato dall’INRAN, Istituto Nazionale di Ricerca Alimenti e Nutrizione, emerge infatti che il tè rosso rooibos ha delle proprietà fortemente antiossidanti, utili per combattere i segni dell’invecchiamento, e totale assenza di caffeina.

Lo studio sulle proprietà del tè rosso è stato portato avanti da un team di ricercatori coordinati da Mauro Serafini, che hanno effettuato un esperimento su 15 volontari scelti tra individui non fumatori con un peso nella norma. I risultati di questa sorprendente scoperta sono stati resi noti sulla prestigiosa rivista “Food Chemistry“.

Ma cosa ha scoperto esattamente il dottor Mauro Serafini? 

Dall’esperimento effettuato tra i gruppi di volontari, cui sono state somministrate bevande molto diverse tra loro, è emerso che i gruppi di persone che bevevano regolarmente tè rosso avevano una maggiore  capacità di difesa delle antiossidanti plasmatiche. Avere un sistema immunitario più forte quindi significa avere una chance in più per combattere l’invecchiamento.  

Addio quindi a creme e cremette costose, talvolta addirittura difficili da trovare: il segreto per rallentare i segni dell’invecchiamento è nel tè rosso, un prodotto naturale, buono e anche economico.  
Bere tè rosso ogni giorno può contribuire ad aumentare le difese antiossidanti, rafforzando la protezione dai radicali liberi in eccesso” ha commentato il professor Mauro Serafini.  

Non sarà l’elisir di lunga vita, ma, nel dubbio, bere un po’ di te rosso ogni giorno male non fa e soprattutto non costa nulla! (fonte greenme.it)